Oggi è un gran bel giorno per i dottorandi italiani. Dopo una petizione firmata da oltre 4.000 dottorandi e un appello sottoscritto da 51 europarlamentari italiani (su 74), è ufficiale la decisione del Consiglio dei Ministri, riunitosi lunedì scorso per approvare la bozza di Legge di bilancio per il 2018 e la programmazione per il triennio 2018-20, di inserire 15 milioni di euro per incrementare l’importo minimo delle borse di dottorato in tutta Italia tra le misure a favore dell’istruzione.

E’ la prima volta nella storia che un provvedimento specifico per i dottorandi italiani trova accoglimento già nella bozza governativa. Insieme all’ulteriore reclutamento di 1.500 giovani ricercatori è quindi un risultato straordinario, per il quale bisogna in primo luogo ringraziare la Ministra Fedeli, i suoi collaboratori, i tecnici del MIUR e tutti coloro che, ad ogni passo e per quanto di loro competenza, hanno accompagnato la proposta fino a qui. L’impegno e la fiducia nelle istituzioni pagano.

Da domani, tramite la costituzione di Comitato per la valorizzazione del Dottorato di ricerca e insieme a tutti i membri del Parlamento che hanno a cuore la questione, vigileremo specificatamente affinché anche la versione definitiva della Legge di bilancio contenga tutti i fondi necessari a questo storico provvedimento. Del Comitato e dei suoi possibili compiti ne abbiamo parlato diffusamente su Le Scienze. Il Comitato deve essere un luogo di confronto ed elaborazione plurale, terzo rispetto alla politica, e complementare alle organizzazioni eventualmente già esistenti.

E’ più che mai necessario il contributo di tutti. La partecipazione al Comitato è libera e gratuita. Invitiamo gli interessati a dare un contributo attivo leggendo la lettera d’intenti che abbiamo inizialmente preparato e scrivendo a comitatodottorato@gmail.com con la propria disponibilità.

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Rassegna stampa sull’aumento in bozza di Legge di bilancio

http://www.scuola24.ilsole24ore.com/art/universita-e-ricerca/2017-10-27/slittano-2020-scatti-biennali-prof-10-milioni-le-borse-e-15-dottorandi-180236.php?uuid=AEVVe4wC

http://www.repubblica.it/scuola/2017/10/27/news/universita_nella_legge_di_stabilita_c_e_l_aumento_per_la_borsa_di_dottorato-179457831/?ref=search

http://www.corriere.it/scuola/medie/17_ottobre_26/legge-bilancio-5-milioni-piu-dottorati-ricerca-tolti-cattedre-natta-d3ca9d1c-ba68-11e7-b70e-7d75d3b9777f.shtml

http://www.corriere.it/scuola/universita/cards/studenti-contro-legge-bilancio-vogliamo-meno-tasse-piu-borse-studio/borse-dottorati.shtml


 

Lo scorso anno l’Università degli Studi di Milano ha aumentato l’importo netto della borsa di dottorato di 200 euro in più netti al mese. Purtroppo, quasi tutti gli altri dottorandi italiani sono pagati ancora 1000 euro al mese.

Se l’investimento lo fa una singola università non serve al sistema-paese.

Dieci anni dopo l’ultimo aumento, rivolgiamo un appello alla Ministra Valeria Fedeli perché adegui le borse dei giovani ricercatori italiani agli standard internazionali. Il futuro della ricerca italiana parte dalla qualità dei suoi ricercatori. Condividi!

Intervento di Giulio Formenti a Omnibus su La 7 del 30 Giugno 2017

 

RASSEGNA STAMPA

 

Lettera43 13 ottobre 2017:

Università: una proposta per i dottorandi italiani

http://www.lettera43.it/it/articoli/economia/2017/10/13/universita-una-proposta-per-i-dottorandi-italiani/214523/

 

Le Scienze – Forum 12 ottobre 2017:

Verso la nascita del Comitato per la valorizzazione del Dottorato di ricerca

http://forum-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2017/10/12/verso-la-nascita-del-comitato-per-la-valorizzazione-del-dottorato-di-ricerca/

 

Pagina99 29 settembre 2017:

Se un dottorando vale mille euro al mese

http://www.pagina99.it/2017/09/27/dottorandi-stipendi-aumento-universita-ricerca-camera-dei-deputati/

 

Il Giorno 29 settembre 2017:

 

Conferenza stampa alla Camera dei deputati 28 settembre 2017:

L’investimento in conoscenza paga i migliori dividendi: gli “scatti stipendiali” per i dottorandi italiani

La locandina dell’evento.

 

Lab Parlamento 28 settembre 2017:

I ricercatori chiedono l’aumento delle borse di dottorato

http://www.labparlamento.it/thinknet/ricercatori-chiedono-laumento-delle-borse-dottorato/

 

Corriere 25 settembre 2017:

Gli europarlamentari alla ministra Fedeli: «Più soldi ai dottorandi»

http://www.corriere.it/scuola/universita/17_settembre_25/battaglia-dottorandi-italiani-trova-l-appoggio-dell-europarlamento-9f96e6b2-a1f5-11e7-b0fb-3ce1a382cc56.shtml

 

Sole24ore – Scuola24 14 settembre 2017:

Riconoscere la dignità dei dottorandi italiani, a partire dal compenso*

http://www.scuola24.ilsole24ore.com/art/universita-e-ricerca/2017-09-13/riconoscere-dignita-dottorandi-italiani-partire-compenso-195116.php?uuid=AE1CQfSC

*la versione estesa di questo articolo è disponibile qui.

 

Democratica.com 13 settembre 2017:

Il Dottorato e la dignità dei giovani ricercatori: ora c’è una petizione

Repubblica 6 settembre 2017:

Università: “Un aumento di 200 euro al mese per 21mila dottorandi”

http://www.repubblica.it/scuola/2017/09/06/news/universita_un_aumento_di_200_euro_al_mese_per_21mila_dottorandi_-174746231/

 

Gli Stati Generali 4 settembre 2017:

“MINISTRO FEDELI, I DOTTORANDI  ITALIANI NON VOGLIONO PIÙ ESSERE SOTTOPAGATI”.

http://www.glistatigenerali.com/milano/ministro-fedeli-siamo-i-dottorandi-meno-pagati-al-mondo/

 

Il Giorno 19 agosto 2017:

La rabbia dei ricercatori di Milano: “Stipendi da fame, vogliamo l’aumento”.

http://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/ricercatori-universita-1.3340448

 

Il Fatto Quotidiano 15 agosto 2017:

Dottorato di ricerca, tre motivi per cui andare negli Usa è meglio che restare in Italia.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/08/15/dottorato-di-ricerca-tre-motivi-per-cui-andare-negli-usa-e-meglio-che-restare-in-italia/3789171/

 

Corriere 27 luglio 2017:

I dottorandi: «La nostra protesta costa meno dello sciopero dei prof».

http://www.corriere.it/scuola/universita/17_luglio_27/i-dottorandi-la-nostra-protesta-costa-meno-sciopero-prof-60bbf1b0-72a4-11e7-be4a-3ab7f672a608.shtml

 

Roars.it 25 luglio 2017:

La valorizzazione del Dottorato inizia dal compenso

 

Corriere 4 luglio 2017:

La protesta dei dottorandi italiani «Gli altri Paesi pagano il doppio».

www.corriere.it/scuola/universita/17_luglio_04/protesta-dottorandi-italiani-gli-altri-paesi-pagano-doppio-517883de-60cb-11e7-b845-9e35989ae7e4.shtml


Una petizione per l’aumento della borsa di dottorato italiana, fra le più basse d’Europa. E’ quello rivolto al Ministro Valeria Fedeli dai dottorandi italiani, che giovedì 28 settembre alle ore 13, il giorno che precede la Notte dei Ricercatori, terranno una conferenza stampa presso la Camera dei Deputati, nella quale presenteranno le firme raccolte e spiegheranno le ragioni del loro appello e uno studio dei costi associati alla manovra. Il titolo dell’incontro è il seguente:

L’investimento in conoscenza paga i migliori dividendi: gli “scatti stipendiali” per i dottorandi italiani

“Quello che chiediamo è l’adeguamento nazionale della borsa di dottorato ai più alti importi europei.” dichiara Giulio Formenti, rappresentante dei dottorandi alla Statale di Milano, che prosegue “La ricerca in Italia è un settore strategico e l’investimento nell’alta formazione non può che essere uno degli obiettivi principali per la crescita del Paese. Il Dottorato di ricerca è il più alto grado di formazione accademica e ciononostante rimane uno dei percorsi meno conosciuti dalle realtà socio-produttive italiane, anche dalle più innovative: occorre valorizzarlo, a partire dalle borse oggi insufficienti a vivere e fare ricerca nelle grandi città italiane, dove si concentrano la stragrande maggioranza dei dottorandi italiani. Chiediamo che questa nostra istanza venga presa in seria considerazione già a partire dalla prima bozza della Legge di bilancio.”

L’appello, lanciato a fine luglio ha rapidamente raccolto le 4.000 firme di dottorandi da tutta Italia che saranno consegnate durante la conferenza stampa. Alla conferenza stampa hanno confermato la loro partecipazione: Paolo COVA (Deputato PD), Manuela GHIZZONI (Deputato PD), Chiara GRIBAUDO (Deputato PD), Francesco LAFORGIA (Capogruppo MDP alla Camera), Simona MALPEZZI (Deputato e Responsabile Scuola PD), Stefano MAULLU (Eurodeputato Forza Italia), Luigi MORGANO (Eurodeputato PD), Ettore ROSATO (Capogruppo PD alla Camera), Arturo SCOTTO (Deputato MDP), Francesco VERDUCCI (Deputato e Responsabile Università PD), Giorgio ZANIN (Deputato PD), rappresentanti del MIURrappresentanti degli studenti (UDU, CLDS, UNILAB, LINK) e rappresentanti delle associazioni di ricercatori (Tempesta dei Cervelli – network che comprende AIRI, Italiaunitaxlascienza e molte altre realtà).

Sempre nella stessa occasione verrà presentato un appello, firmato da 51 europarlamentari su 74, anch’esso a favore dell’aumento della borsa di dottorato. A partire dal primo firmatario, l’On. MORGANO Luigi, eurodeputati firmatari sono: ADINOLFI Isabella, AFFRONTE Marco, AGEA Laura, BEGHIN Tiziana, BENIFEI Brando, BIZZOTTO Mara, BONAFÈ Simona, BORGHEZIO Mario, BRIANO Renata, CAPUTO Nicola, CASTALDO Fabio Massimo, CHINNICI Caterina, CIOCCA Angelo, CIRIO Alberto, COMI Lara, CORRAO Ignazio, COSTA Silvia, COZZOLINO Andrea, DANTI Nicola, DE CASTRO Paolo, DE MONTE Isabella, EVI Eleonora, FERRARA Laura, FONTANA Lorenzo, FORENZA Eleonora, GASBARRA Enrico, GENTILE Elena, GIUFFRIDA Michela, KYENGE Cécile Kashetu, LA VIA Giovanni, MAULLU Stefano, MOSCA Alessia Maria, MUSSOLINI Alessandra, PAOLUCCI Massimo, PATRICIELLO Aldo, PEDICINI Piernicola, PICIERNO Giuseppina, PITTELLA Gianni, POGLIESE Salvatore Domenico, SALINI Massimiliano, SALVINI Matteo, SASSOLI David-Maria, SCHLEIN Elly, SERNAGIOTTO Remo, TAMBURRANO Dario, VALLI Marco, VIOTTI Daniele, ZANNI Marco, ZANONATO Flavio e ZOFFOLI Damiano.

Locandina 28 settembre 2017


In controtendenza con il disinvestimento nell’accademia italiana a cui si è assistito, in particolare, a partire dall’introduzione della Legge Gelmini (2010), la Ministra Valeria Fedeli ha annunciato molti interventi per l’Università nella prossima Legge di Bilancio. Questi consistono soprattutto in un grande rifinanziamento (per ora una tantum) dei Progetti di Rilevante Interesse Nazionale (PRIN), in una misura a favore dei docenti universitari che hanno subito il blocco degli scatti nel periodo 2011-2015 e, ora che il dibattito sul numero programmato si è riacceso, in interventi di natura sia economica che legislativa per garantire l’accesso all’istruzione universitaria a più studenti possibile. Naturalmente, agli annunci dovranno seguire i fatti e riuscire a trovare le risorse necessarie è tutt’altro che semplice, specie in un bilancio fortemente vincolato e deficitario come quello italiano. La politica e la società civile devono letteralmente “fare i conti” con questi limiti per non risultare demagogiche o velleitarie.

Le sfide che ci attendono nel prossimo periodo sono molte e difficili. Ciononostante, lungi dal sostenere di vivere nel migliore dei mondi possibili, si intravedono alcuni segnali di speranza. Ad esempio, possiamo ricordare l’introduzione della “no tax area” nella scorsa Legge di Bilancio, che esonera tutti gli studenti con ISEE inferiore a 13.000 euro dal pagamento delle tasse d’iscrizione, graduandole inoltre fino a 30.000 euro. Contemporaneamente all’introduzione di questo provvedimento, per i dottorandi senza borsa sono state abolite le tasse d’iscrizione, come suggerito dall’Associazione Dottorandi Italiani (ADI). Si tratta chiaramente di interventi in applicazione dei principi costituzionali secondo cui tutti i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi (art. 34) ed è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini impediscono il pieno sviluppo della persona umana (art. 3). A meno di un anno da allora, anche il riconoscimento dell’indennità di disoccupazione (DIS-COLL) per assegnisti e dottorandi – anch’essa fortemente richiesta dall’ADI – è un segnale molto positivo, almeno qualora non dovesse incentivare il precariato anche in ambito accademico.

Nel solco della medesima visione sul futuro dell’università e della ricerca italiane, ma in un’ottica di terzietà rispetto ai decisori politici, insieme a moltissimi colleghi italiani abbiamo proposto di proseguire gli sforzi fatti proponendo un incremento dell’importo minimo della borsa di dottorato, che è fermo da 10 anni a poco più 1000 euro al mese e che, peraltro, ha visto nel tempo una progressiva erosione dovuta all’aumento dell’aliquota dei contributi previdenziali. In anni recenti, alcune importanti università italiane (in particolare l’Università degli Studi di Milano, l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, e il Politecnico di Torino) hanno coraggiosamente intrapreso questa strada, sfruttando le risorse dei propri bilanci. Tuttavia, gli sforzi di poche università non servono al sistema-paese. Tramite una petizione che ha superato in poche settimane le 2.000 firme, abbiamo chiesto alla Ministra Fedeli di intervenire. Servendoci delle informazioni nel database del Cineca, abbiamo anche determinato che per un incremento di 200 euro netti mensili a dottorando (+20%, pari a circa 3.600 euro annui) l’investimento complessivo necessario (calcolato sulle 19.515 borse di dottorato totali, messe a bando o riservate a studenti stranieri nel triennio riferito all’anno in corso), si aggira intorno ai 70 milioni di euro; incremento che, comunque, potrebbe essere rimodulato anche in funzione delle disponibilità di bilancio. Senza voler dettare i tempi e i modi della politica, abbiamo già argomentato altrove come questo sia per noi un ulteriore investimento nel diritto allo studio; una manovra essenziale per provare ad arginare il trasferimento tecnologico verso l’estero derivante dalla “fuga dei cervelli”; e anche un modo per riconoscere dignità al Dottorato dentro e fuori dell’accademia.

E’ scontato dire che tale proposta non esaurisce le necessità del sistema universitario italiano e in particolare dei Dottorati di ricerca. Infatti, sempre su Scuola24 è stato recentemente pubblicato un contributo del Segretario dell’ADI, Giuseppe Montalbano, che riprendendo un documento dell’associazione del luglio scorso avanza alcune proposte in tal senso. Partendo dal fatto che fin dalla sua nascita nel lontano 1998 ADI ha fatto della richiesta di migliori condizioni salariali una delle sue ragioni d’essere, mi permetto di commentare alcune delle proposte portate all’attenzione generale contestando, ove in disaccordo e dati alla mano, determinate conclusioni nella speranza di avviare un dibattito che aiuti a mettere meglio a fuoco le riforme necessarie.

1) La prima proposta avanzata per i dottorandi è quella di superare ogni discriminazione tra borsisti (quei colleghi, cioè, che hanno vinto una borsa ministeriale tramite graduatoria in un concorso pubblico) e non borsisti (che non avendo trovato una posizione utile in graduatoria devono, ove possibile, affidarsi a borse esterne), riconoscendo la DIS-COLL anche ai secondi.

L’estensione della DIS-COLL, riconosciuta dal Governo a partire da quest’anno agli assegnisti e ai dottorandi italiani, si è basata in larga misura sul fatto che i dottorandi borsisti – a differenza dei dottorandi non borsisti – versano i contributi figurativi alla gestione separata dell’INPS. Dunque, pur non essendo in discussione l’assunto per cui il lavoro di ricerca debba essere sempre adeguatamente retribuito, in questi termini la richiesta appare poco coerente. Medesimo ragionamento può essere applicato alla proposta immediatamente successiva, ovvero quella di riconoscere l’aumento della borsa per i periodi eventualmente trascorsi all’estero (normalmente nell’ordine del 50%) anche ai dottorandi senza borsa. Pur ritenendo auspicabile il riconoscimento ai dottorandi senza borsa di maggiori tutele, tale formulazione appare contraddittoria.

Sempre in relazione alle discriminazioni un’altra priorità, secondo ADI, è l’abolizione della possibilità da parte delle università di tassare i dottorandi. Per argomentare l’insostenibilità della situazione che deriva dalla tassazione, si porta come esempio un picco di 1953 euro di tasse d’iscrizione alla Sapienza di Roma.

La tassazione per i dottorandi è stata introdotta sulla base del fatto che il Dottorato costituisce formazione terziaria e che i dottorandi sono dunque a tutti gli effetti di legge degli studenti. Purtroppo non risulta disponibile pubblicamente un’analisi esaustiva e aggiornata sulle tasse d’iscrizione applicate ai dottorandi, ma da un documento in mio possesso riferito al XXXI ciclo (2015/2016) 22 atenei su 77 in Italia hanno fatto ricorso a questo strumento fiscale, che prevede un contributo variabile tra l’1 e il 10% circa della borsa. Tuttavia, tra questi atenei non compare l’università “La Sapienza” di Roma, per la quale l’importo di 1.953 euro, citato erroneamente da ADI pare riferirsi al 2011. Quest’anno, invece, l’università ha deliberato la completa abolizione delle tasse per tutti i suoi dottorandi (con o senza borsa), a seguito dell’introduzione della “no tax area”. Non vi è alcun vincolo di legge in tal senso e si potrebbe allora forse interpretare questa abolizione come un segnale forte: quando la politica fa il suo mestiere di indirizzo, la società civile è pronta a seguire.

Ma al di là di questo, la tassazione del dottorato è davvero un problema così centrale? In molti paesi è la norma. Non è forse invece un sintomo di un problema più generale, ovvero dello scarso riconoscimento economico associato al nostro lavoro intellettuale? Dovremmo chiedere allo Stato di essere pagati di più, indipendentemente dalla presenza o meno di tasse. Peraltro, benché oggi nulla vieti agli atenei di introdurre o aumentare a piacere le tasse d’iscrizione, il ricorso ad esse sembra comunque relativamente marginale. Ciò non toglie che, in ogni caso, bisogna semmai almeno garantire che le tasse non siano decise arbitrariamente, bensì siano sempre proporzionate ai servizi offerti.

Qualcuno ha anche sostenuto che un aumento della borsa di dottorato potrebbe essere compensato dalle università aumentando le tasse d’iscrizione. Questo potrebbe, in teoria, verificarsi se alla ridefinizione dell’importo minimo non si accompagnasse un finanziamento aggiuntivo. Tuttavia, è bene precisare che l’aumento della borsa di Dottorato è una proposta che va portata avanti insieme agli atenei, facendo loro eventualmente comprendere l’importanza della valorizzazione dei percorsi dottorali che offrono.

2) Il secondo macro-intervento proposto nella lettera è quello del superamento del dottorato senza borsa attraverso la copertura totale dei posti a bando. A una prima lettura risulta difficile comprendere la coerenza con la proposta immediatamente precedente, che prevedeva maggiori diritti per i dottorandi senza borsa. Ma la questione diventa più chiara se si considera che le proposte per punti attualmente riportate nell’articolo erano – almeno nel documento originario – chiaramente pensate per articolarsi in “tempi successivi”. Ma allora se lo Stato decidesse di accogliere tutte le richieste in un’unica soluzione, sarebbe forse sbagliato? E anche qualora si stessero incoraggiando “tutele crescenti” per i dottorandi senza borsa fino al riconoscimento del pari trattamento, sarebbe sensato articolare in due tempi la proposta (prima la DIS-COLL e l’aumento all’estero, poi l’abolizione)? Si può ragionevolmente pensare che questo piano progressivo si realizzi nella condizione di instabilità politica attuale? Queste sono domande aperte che evidenziano come la questione del dottorato senza borsa sia molto complessa e richieda una trattazione a parte. Quel che è certo è che non esistono facili soluzioni: è evidente, ad esempio, che la proposta di abolire il dottorato senza borsa tramite la copertura totale dei posti messi a bando sarebbe poco auspicabile in termini premiali, poiché favorirebbe proprio gli atenei che ne hanno fatto un maggior uso (i quali, cioè, riceverebbero in proporzione maggiori risorse rispetto agli atenei più “virtuosi”, cioè quelli che hanno invece coperto la maggioranza dei posti con borsa).

Oltre alla copertura dei posti senza borsa, si chiede poi l’aumento del numero totale dei posti di dottorato. L’ADI denuncia un crollo del 45% dei posti di dottorato nell’ultimo decennio che ha portato l’Italia agli ultimi posti per numero di dottorandi per abitante e che sarebbe da ascrivere agli effetti della legge 133/2008 (“tagli lineari”) e agli stringenti criteri contenuti nelle linee guida per l’accreditamento dei corsi di dottorato. Se è vero che i tagli, definiti in quegli anni spending review, hanno inciso significativamente e negativamente sull’intero sistema universitario, il contributo delle linee guida per l’accreditamento è suscettibile di interpretazione.

Fino alla primavera del 2013 vi era un vincolo del 50% alla proporzione di posti con e senza borsa. La Legge Gelmini prevedeva l’abolizione di tale vincolo, cosa che avvenne effettivamente al tempo del Ministro Profumo. Le linee guida alle quali si fa riferimento hanno, fortunatamente, reintrodotto quasi immediatamente il vincolo con una soglia ancora più alta (75%), che permane ancora oggi, e rende conto in buona parte del “crollo” del numero totale di posti. Peraltro, sempre secondo i dati forniti ogni anno dal Cineca, il numero di posti di dottorato sembra essersi assestato intorno alle 8.500 unità, e addirittura nell’ultimo anno si registra un lieve incremento dei posti con borsa (+2%). Come che sia, l’interpretazione in chiave negativa di un tale provvedimento è discutibile, poiché esso va proprio nella direzione tanto auspicata del superamento del dottorato senza borsa. Va ricordato che il numero di posti di dottorato non è definito dal Ministero, bensì dalle singole università: il Ministero può solo determinare la proporzione di dottorandi senza borsa consentita sul totale. E’ dunque una questione di autonomia universitaria: anche se vi fosse un (auspicabile) aumento del Fondo di Finanziamento Ordinario degli Atenei, non vi è nessuna garanzia che questi fondi aggiuntivi vengano spesi a favore della copertura dei posti senza borsa (a meno di non inserire tutti i fondi annualmente spesi dalle università nel fondo ministeriale vincolato ai dottorati, in direzione fortemente contraria rispetto alla tutela dell’autonomia degli atenei). Inoltre, bisognerebbe riflettere sul fatto che il motivo per cui l’Italia ha poche borse di Dottorato è anche da ricondurre alla carenza complessiva del suo sistema universitario. In quest’ottica, si potrebbero prevedere criteri leggermente meno stringenti per l’apertura di dottorati consorziati, ovvero stabilire che un ateneo possa partecipare a un consorzio anche con un numero inferiore di borse messe a bando (attualmente 3 è il numero minimo), al fine di favorire la collaborazione tra atenei medio-piccoli, che da soli non sarebbero in grado di inaugurare nuovi corsi di dottorato. In ogni caso, il Dottorato non può essere visto come una collocazione temporanea per i neolaureati: bisogna assicurare che a ogni borsa corrisponda un adeguato investimento in termini di formazione, tutoraggio, risorse disponibili per la ricerca e prospettive. Una piramide tronca alla base è infatti solo un’illusione per chi inizia un percorso di formazione dottorale. In questo senso, norme di accreditamento relativamente stringenti sono le benvenute.

3) L’ultima proposta, un aumento della borsa di dottorato, è quella che abbiamo sostenuto in tanti, anche attraverso la petizione. L’ulteriore possibilità che viene suggerita, ovvero di agganciare la borsa al minimale contributivo INPS, potrebbe essere di buon senso, ma non è corretto sostenere che ciò andrebbe fatto per contrastare l’erosione dell’importo dovuto all’aumento dell’aliquota contributiva sulla gestione separata. Non vi è, infatti, nessuna correlazione tra l’aliquota contributiva della gestione separata e il minimale contributivo.

Storicamente, l’aliquota contributiva della gestione separata è cresciuta per uniformarsi all’aliquota ordinaria, onde evitare che un diverso costo del lavoro favorisse il ricorso preferenziale a forme di precariato. Oggi si è assestata al 33,23% (con un aumento dello 0,51% quest’anno, dovuto proprio all’introduzione della DIS-COLL) e non dovrebbe – ragionevolmente – crescere più di tanto. Viceversa, il minimale contributivo è annualmente aggiornato sulla base dell’inflazione (oggi quasi nulla) e quindi sulla base del valore reale e non nominale della moneta. La rivalutazione del minimale contributivo è stata nulla nell’ultimo periodo (+0% tra il 2016 e il 2017) e, se le cose continuassero così, l’effetto di questo vincolo sulla rivalutazione della borsa sarebbe altrettanto nullo o quasi. Tuttavia, è possibile che in futuro l’inflazione riprenda a crescere e quindi il vincolo potrebbe tornare utile, benché in questo caso abbia più senso agganciare la rivalutazione della borsa direttamente all’inflazione piuttosto che al minimale contributivo (magari con un decreto di ridefinizione dell’importo da pubblicare di anno in anno).

L’ADI prevede che il costo complessivo di tutte queste manovre sia di oltre 270 milioni di euro. I conti esatti non sono riportati e, se il costo del solo aumento è nell’ordine dei 70 milioni, considerata anche la richiesta della copertura del totale dei posti messi a bando e del loro aumento (manovre che incrementerebbero significativamente il costo dell’aumento della borsa), l’ammontare complessivo appare a prima vista sottostimato. In ogni caso, alla luce delle altre richieste del mondo accademico richiamate in precedenza e della situazione economica generale (pochi giorni fa si è stimata una finanziaria di oltre 25 miliardi per consentire il blocco dell’aumento dell’IVA, ma di cui solo 17 risultano al momento nelle disponibilità del Governo), una proposta come questa non sembra così realistica. La politica non dovrebbe guardare a un mondo ideale ma avere la capacità di operare in questo mondo e saper fare delle scelte, cercando poi di realizzare la cosa giusta, e dopo continuare a lottare per ciò che ancora non funziona. Questo è ciò che distingue la proposta politica dalla semplice protesta. Bisogna anche tenere a mente che quando si avanzano richieste di questo tipo si sta sempre indirettamente proponendo di togliere i fondi a qualcos’altro. In quest’ottica, anche la contrapposizione tra il progetto di Human Technopole, che al di là dei giudizi di merito rappresenta un investimento importante nella ricerca italiana, e le richieste dei dottorandi appare fuorviante.

Nella lettera dell’ADI vi sono poi una serie di riflessioni ulteriori, relative alla mancanza di tutele e opportunità e per i dottorandi, che meritano un commento. Si dice che ai dottorandi non è riconosciuto alcun compenso per le ore di didattica integrativa agli studenti che possono essere previste nel loro progetto formativo. Questo non è corretto. E’ vero che il già richiamato DM 45/2013 afferma che “i dottorandi […] possono svolgere, senza che ciò comporti alcun incremento della borsa di studio, attività di tutorato degli studenti dei corsi di laurea e di laurea magistrale nonché, comunque entro il limite massimo di quaranta ore in ciascun anno accademico, attività di didattica integrativa”, ma questo non significa che non possano essere retribuiti: all’Università degli Studi di Milano, solo per fare un esempio, il compenso per l’attività didattica integrativa varia tra i 25 e i 35 euro per il tutoraggio ed è di 45 euro per le esercitazioni, come per gli assegnisti o i docenti a contratto.

Parimenti, non è corretto sostenere che la mancata attribuzione della dote del 10% della borsa a ciascun dottorando sia colpa del Legislatore. Infatti, essendo questa prevista dal DM, sta in gran parte alle università e ai singoli vigilare affinché un diritto formale diventi un diritto reale.

Infine, appare contraddittorio sostenere che non ci sia stato alcun serio tentativo di aprire il titolo di Dottore di Ricerca al mercato del lavoro e al contempo criticare le forme di dottorato “industriali” e “in apprendistato”.

E’ già stato osservato come oggi globalmente il numero di neo-dottori di ricerca cresca velocemente, mentre il numero di posizioni accademiche a tempo indeterminato resti sostanzialmente stabile. Questo è dovuto, almeno in parte, al progressivo aumento del grado di scolarizzazione della società. Per quanto riguarda il nostro Paese, è forse possibile rintracciare una delle cause nell’eccesso di autonomia concessa agli atenei in questo ambito dopo il ’99, autonomia che portò a una proliferazione di posti di dottorato in un milieu non così fertile come altrove. In ogni caso, questo fenomeno rende impossibile pensare che a ogni dottore di ricerca sia data l’opportunità di accedere alla carriera universitaria. E’ vero dunque che andrebbe fatto molto di più, a maggior ragione perché vi è probabilmente un difetto sostanziale nello stesso tessuto produttivo del nostro Paese che non consente al Dottorato di attecchire facilmente. D’altra parte, stroncare sul nascere i tiepidi passi in questa direzione non sembra una strategia vincente.

In conclusione, pensiamo che le proposte politiche – specie se provenienti dal mondo accademico – non possano essere dei feticci da agitare per raccogliere facili consensi, ma debbano basarsi su attente analisi e certe dimostrazioni. C’è un divario incolmabile tra dire che va tutto bene e dire che va tutto male. E anche ammettendo che stia andando tutto male, dov’era l’ADI quando questo accadeva? Delle due l’una: o non tutto è così fosco come appare, oppure l’ADI non è stata in grado di tutelare in modo del tutto adeguato i diritti dei dottorandi italiani. Noi riteniamo che oggi sia imperativa una visione realistica e non viziata da posizioni ideologiche. Con questo spirito sosterremo la proposta di aumento della borsa di dottorato il 28 settembre alla Camera dei Deputati di fronte ai decisori politici.

 

Giulio Formenti

A nome del nascente

Comitato per la valorizzazione del Dottorato di Ricerca

14 Set, 2017


Care Colleghe, Cari Colleghi,

venerdì scorso 26 maggio si è riunita per la prima volta la Consulta dei dottorandi. L’incontro della Consulta, la quale era uno dei punti dei punti del mio programma elettorale e ha richiesto quasi un anno e mezzo di lavoro, è stato per me un bellissimo momento di partecipazione attiva e democratica, per il quale vorrei pubblicamente ringraziare i nostri colleghi rappresentanti eletti in seno all’organo:

Anticipando alcuni elementi verbale della seduta stessa, che ​è stata ricca di interventi e approfondimenti, vi segnalo in particolare due deliberazioni che sono state adottate:

1) In considerazione degli insopportabili ritardi che si sono verificati quest’anno, abbiamo approvato all’unanimità una mozione sui “Rimborsi per missioni e attività di tutoraggio e attività didattiche integrative” per chiedere all’università un’azione tempestiva. Il testo sarà a breve disponibile sul sito della Consulta ma intanto lo potete trovare qui: Mozione_rimborsi.

2) Prendendo a spunto il problema del numero programmato di cui avrete sentito parlare in questi giorni, e sulla scorta della mozione approvata dal Senato accademico, abbiamo indirizzato alla Ministra Valeria Fedeli e agli organi accademici una mozione intitolata “Il rilancio dell’università pubblica richiede un investimento strutturale in Università e Ricerca”. Ne ha parlato anche La Repubblica domenica scorsa, vedi sotto.

Il testo integrale è disponibile tramite il sito della Consulta.

Buona Festa della Repubblica a tutti!

 

Mozione – Rilancio università pubblica

Standard post by formenti on 2017-05-24
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Il testo della presente mozione, presentato dai rappresentanti degli studenti, è stato approvato all’unanimità (un astenuto) il 23 Maggio 2017 dal Senato accademico dell’Università degli Studi di Milano.

In queste settimane l’Università degli Studi di Milano ha vissuto un importante dibattito interno relativo alla possibilità o meno d’introdurre il numero programmato per alcuni corsi di laurea triennale dell’area umanistica.

Tuttavia riteniamo necessario sottolineare alcuni fattori che hanno determinato questa situazione, i quali sono in ultima istanza in gran parte indipendenti dalla volontà dell’Università degli Studi di Milano e di tutti i suoi organi decisionali.

Questi fattori sono diventati elementi strutturali del sistema universitario italiano, per come si è trasformato dopo l’approvazione della legge 240/2010 (Riforma Gelmini), e generano a cascata consistenti effetti, le cui conseguenze ci troviamo ad affrontare oggi.

In particolare vanno citati il sottofinanziamento cronico che colpisce tutti gli atenei pubblici dal 2008, con la costante diminuzione del FFO (Fondo di finanziamento ordinario); il blocco e/o la riduzione del turnover per il personale docente e amministrativo andato in pensione, che impedisce il ricambio generazionale e favorisce la precarizzazione del lavoro intellettuale; un sistema di valutazione degli Atenei in diversi casi incapace di rispondere alle reali necessità del sistema universitario, che cambia i criteri anno dopo anno e rende difficile una programmazione seria e ponderata delle esigenze dell’offerta didattica.

Crediamo che sia essenziale che questo recente “peccato originale” dell’Università italiana sia superato, in sede accademica e nelle sedi politiche, così da garantire l’accesso ai più alti gradi degli studi, così come costituzionalmente previsto, a fasce sempre più ampie della popolazione, indipendentemente dal reddito e dal censo. Siamo ultimi nell’Unione europea per il rapporto tra laureati e popolazione, e siamo ben lontani dagli obiettivi fissati per il 2020 dall’Unione europea in questo senso. Si tratta di una necessità strategica, prima ancora che questione di buon senso.

Siamo convinti che nessuno che abbia a cuore il destino dell’università pubblica, libera e aperta possa accettare in silenzio l’evoluzione recente del sistema universitario italiano, elemento strategico per il futuro del Paese.

Con la presente mozione chiediamo quindi che l’Università degli Studi di Milano si impegni formalmente a ribadire questa necessità e rappresentare questo disagio in tutte le sedi competenti, trasmettendo, tramite i suoi vertici, la preoccupazione degli studenti, del corpo docente e del personale tecnico-amministrativo, così da contribuire a contrastare l’impoverimento del settore della ricerca e dell’alta formazione.

Nella stampa:

3. Il budget del dottorando

Standard post by formenti on 2017-04-24
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Quando vinciamo il concorso di dottorato ci viene detto (o dovrebbe venirci detto) che, a partire dal secondo anno, per legge abbiamo diritto ad un budget di ricerca pari ad almeno il 10% dell’importo della borsa di dottorato. Purtroppo spesso non ci avvaliamo, o le circostanze non ci consento di avvalerci, di questa opportunità e molto spesso il budget resta sottoutilizzato. Ho scritto allora questa piccola nota sperando che sia d’aiuto per ottimizzare l’accesso a questo nostro diritto.

Da dove deriva il diritto ad un budget?

La fonte originaria della previsione di un budget di ricerca a disposizione dei dottorandi italiani è il Decreto Ministeriale dell’8 febbraio 2013 n. 45 intitolato “Regolamento recante modalità di accreditamento delle sedi e dei corsi di dottorato e criteri per la istituzione dei corsi di dottorato da parte degli enti accreditati”.

Qui l’art. 9 dice:

comma 3            A decorrere dal secondo anno a ciascun dottorando è assicurato, in aggiunta alla borsa e nell’ambito delle risorse finanziarie esistenti nel bilancio dei soggetti accreditati a legislazione vigente, un budget per l’attività di ricerca in Italia e all’estero adeguato rispetto alla tipologia di corso e comunque di importo non inferiore al 10% dell’importo della borsa medesima. Se il dottorando non è valutato positivamente ai fini del rinnovo della borsa, ovvero rinuncia ad essa, l’importo non utilizzato resta nella disponibilità dell’istituzione, per gli stessi fini.

comma 5            I principi di cui al presente articolo non si applicano ai borsisti di Stati esteri o beneficiari di sostegno finanziario nell’ambito di specifici programmi di mobilità in relazione a quanto previsto dalla specifica regolamentazione.

Quindi a noi dottorandi spetta un budget minimo del 10% rispetto alla borsa di dottorato. Nel caso dell’Università degli Studi di Milano, dove l’importo della borsa di dottorato è stato elevato a 16.350,00 euro/anno lordi, il budget è stato determinato in 1.650,00 euro/anno.

A chi spetta? Chi paga?

La normativa, come purtroppo spesso accade, non è chiarissima e sembra favorire un’interpretazione secondo la quale il budget spetta esclusivamente ai dottorandi con borsa. Questo fortunatamente non è vero, almeno formalmente, per l’Università degli Studi di Milano. Il nostro Regolamento di dottorato, infatti, dettaglia meglio le varie casistiche:

Art. 20 c. 6            A decorrere dal secondo anno, a ciascun dottorando è assicurato, in aggiunta alla borsa, un budget a copertura dei costi correlati all’espletamento dell’attività di ricerca in Italia e all’estero, di importo non inferiore al dieci per cento del valore della quota base della borsa. Ai dottorandi che usufruiscono di borse messe a disposizione da università ed enti di ricerca che concorrono al corso di dottorato ovvero da enti esterni, il budget è assicurato dagli stessi finanziatori delle borse. Gli oneri relativi al budget da assicurare a ciascun dottorando privo di borsa gravano sui fondi di ricerca di pertinenza dei componenti del Collegio dei docenti. Qualora il dottorando decada ovvero rinunci alla borsa, il budget finanziato su fondi di bilancio, non utilizzato, rientra nella disponibilità dell’Ateneo, per gli stessi fini.

Il nostro regolamento è quindi molto chiaro e dice che il budget spetta a tutti i dottorandi, indipendentemente da chi eroga la borsa o dall’effettiva presenza di una borsa. In particolare, ad “assicurare a ciascun dottorando privo di borsa” il budget devono essere i membri del collegio docenti sui propri fondi di ricerca. Il budget cui si fa riferimento è lo stesso dei dottorandi con borsa, quindi i docenti per i quali di dottorandi senza borsa lavorano devono assicurargli un budget di almeno 1650,00 al mese, nessuno escluso.

All’art. 20 c. 6 si precisa inoltre che il budget deve essere comunque speso per quelle finalità, pertanto in caso di eccedenze dovute a rinuncia al dottorato, le stesse possono essere distribuite tra gli altri dottorandi.

Dunque, chi paga? Nel caso delle classiche borse ministeriali, l’università. In particolare, spetta al Consiglio d’amministrazione e al Senato accademico decidere di volta in volta quante borse di dottorato mettere a bando. E quindi viene inclusa nel calcolo economico anche la spesa previsionale del budget per ciascun dottorando. Nel caso di borse esterne invece il nostro regolamento dice (vedi anche il precedente art. 20 c. 6):

Art. 5 c. 2            Nel caso di apporti da parte di enti esterni, il finanziamento messo a disposizione deve coprire anche i contributi per l’iscrizione e la frequenza al dottorato, come indicati all’art. 19, la maggiorazione della borsa per soggiorni all’estero e il budget a copertura dei costi di ricerca di cui all’art. 20.

Sono dunque gli stessi enti esterni a doverci garantire il budget. Quindi la scusa che non ci sono soldi non può essere addotta perché qualsiasi ente esterno ha già pagato, oltre alla borsa, anche la maggiorazione per l’estero e il budget.

Lo stesso vale per i dottorati in convenzione:

Art. 6 c. 2            I soggetti convenzionati, in linea di principio in numero non superiore a quattro, devono, ciascuno, impegnarsi ad assicurare l’attivazione dei cicli di dottorato per almeno un triennio e garantire, per ogni ciclo di dottorato, il finanziamento di almeno tre borse di studio, compreso il costo per l’eventuale soggiorno all’estero e il budget per l’attività di ricerca di cui all’art. 20. La presenza nel Collegio dei docenti di personale appartenente agli enti convenzionati deve essere contenuta nei limiti stabiliti dal Consiglio di amministrazione, sentito il Senato accademico.

Quindi ogni università o ente di ricerca che porta in dote alla convenzione una borsa di dottorato deve pagare anche gli oneri relativi, compreso il budget per il dottorando.

Ad ulteriore chiarimento segnalo che il budget deve essere disponibile su richiesta, previa autorizzazione del coordinatore e dietro presentazione delle pezze giustificative delle spese sostenute. La richiesta si può fare a partire dal 2° anno e fino alla fine del terzo:

Art. 23 c. 12           Su richiesta motivata del Collegio dei docenti, il Rettore può concedere una proroga di sei o dodici mesi al dottorando che, per comprovati motivi, non sia stato in grado di presentare la tesi entro il termine previsto, ovvero quando sussistano esigenze di approfondimento delle ricerche finalizzate alla stesura della tesi medesima. In tal caso, il dottorando è ammesso all’esame finale nell’anno successivo, sempre previo parere del Collegio dei docenti e a seguito della valutazione positiva della tesi. La proroga è incompatibile con l’erogazione della borsa di studio e del budget di ricerca di cui al comma 6 dell’art. 20. Non possono ottenere la proroga i dottorandi che hanno usufruito della sospensione della frequenza del dottorato contemplata dall’art. 22. Durante il periodo di proroga, il dottorando è tenuto ad adempiere agli obblighi richiesti in materia di contributi, come previsti dal Consiglio di amministrazione.

Giova, da ultimo, far presente che i budget del 2° e 3° anno possono – volendo – essere cumulati.

 

p. s. almeno in Unimi, non vi è una “prescrizione” precisa sul come debbano essere usati i fondi. Di solito è una “contrattazione” con il proprio supervisore e il coordinatore del dottorato. Nei fatti sicuramente possono essere usati per le spese di soggiorno/vitto/viaggio nei periodi all’estero, per partecipare ai convegni e per le relative spese vive. In alcuni casi anche per l’acquisto di PC (ma è sconsigliabile perché poi dovrebbero restare di proprietà dell’università). Non dovrebbero invece essere usati per l’attività di ricerca vera e propria (es. acquisto di consumables), a quello deve provvedere il laboratorio!


La questione della mobilità assume, oggi che Milano sta diventando una realtà sempre più dinamica, un rilievo cruciale.

E’ una questione di efficienza del trasporto pubblico, di salute pubblica e di sostenibilità come testimonia anche il fatto che che le deleghe alla mobilità e all’ambiente siano state accorpate.

Milano sta facendo il massimo che si può in questa direzione? Stanno le università contribuendo adeguatamente?

Si può fare di più? La risposta secondo me è assolutamente sì.

Spesso si dice che il costo dei trasporti a Milano è già molto contenuto rispetto al resto d’Europa (es. Francia: 30 euro/mese, Svezia: 58 euro/mese). Tuttavia è molto difficile fare comparazioni precise, perché molto dipende dal costo pesato della vita e dal livello del sistema di welfare del paese con cui ci si confronta.

A voler essere venali, gli studenti universitari sono una grande risorsa economica per la città. Pagano le tasse universitarie, comprano, consumano, vivono. Perché scelgono di vivere in una città piuttosto che in un’altra? Perché Londra (pre-Brexit)? Perché Barcellona? Per la qualità della vita e i servizi che la città le offre. Un vecchio concetto politologico parla di “voto con i piedi”. Si vota con i piedi un’amministrazione locale cambiando città. Gli studenti universitari sono i primi a farlo, volando – letteralmente – nel posto che pensano sia migliore per loro!

Poiché il tempo è tiranno vi vorrei parlare specificatamente di una proposta che voglio portare avanti insieme alla mia categoria, quella dei dottorandi, e ad alcune categorie assimilabili di precari ovvero gli assegnisti, i precari della ricerca e i precari dell’università. Persone il cui ruolo è fondamentale nel coadiuvare le attività delle nostre grandi università milanesi. Complessivamente parliamo di davvero tanti lavoratori, affacciati in quella fase di transizione (si spera) tra studio e posto (più o meno) fisso.

Almeno fino all’anno scorso, il Comune di Milano aveva messo in piedi un’iniziativa “Milano Viaggia Con Te” che destinava risorse ai precari milanesi per abbonamenti gratuiti. Il finanziamento si è ridotto via via negli anni fino ad assommare a soli 60.000 euro nel 2016.

Tuttavia io non penso ci sia bisogno di pochi abbonamenti gratuiti. Noi abbiamo bisogno di incentivare seriamente l’uso dei mezzi pubblici per tutti i lavoratori e i ricercatori precari sono una categoria che potrebbe davvero beneficiarne, aumentando il numero di abbonamenti che vengono venduti e usati. In questo anche le università dovrebbero contribuire. E in ogni caso pare che quest’anno “Milano Viaggia Con Te” non si farà più!

Questi incentivi non riguardano solo gli abbonamenti. Anche il car sharing, il car pooling, l’uso delle biciclette – e l’aumento delle piste ciclabili – fanno parte di importanti politiche in questa direzione. Sapevate ad esempio che diverse università in Belgio rimborsano completamente i costi di trasporto per i dipendenti compresi dottorandi e assegnisti? Addirittura li pagano per il numero di chilometri che fanno in bici ogni giorno per venire in università e tornare a casa (25 cent/km)!

Io penso che questa idea progressista, egualitarista, ecologica e redistributiva risponda bene alla filosofia di SinistraxMilano. E’ un’idea che per essere messa in pratica probabilmente dovrebbe coinvolgere non solo l’Assessorato alla Mobilità e all’ambiente di Marco Granelli e le università ma anche quello alla Scuola della Vicesindaco Anna Scavuzzo e, perché no in fondo siamo tra i principali produttori di cultura della città, l’Assessorato alla Cultura di Filippo Del Corno. Sono aperto a tutte le vostre suggestioni in merito, grazie.