3. Il budget del dottorando

Standard post by formenti on 2017-04-24
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Quando vinciamo il concorso di dottorato ci viene detto (o dovrebbe venirci detto) che, a partire dal secondo anno, per legge abbiamo diritto ad un budget di ricerca pari ad almeno il 10% dell’importo della borsa di dottorato. Purtroppo spesso non ci avvaliamo, o le circostanze non ci consento di avvalerci, di questa opportunità e molto spesso il budget resta sottoutilizzato. Ho scritto allora questa piccola nota sperando che sia d’aiuto per ottimizzare l’accesso a questo nostro diritto.

Da dove deriva il diritto ad un budget?

La fonte originaria della previsione di un budget di ricerca a disposizione dei dottorandi italiani è il Decreto Ministeriale dell’8 febbraio 2013 n. 45 intitolato “Regolamento recante modalità di accreditamento delle sedi e dei corsi di dottorato e criteri per la istituzione dei corsi di dottorato da parte degli enti accreditati”.

Qui l’art. 9 dice:

comma 3            A decorrere dal secondo anno a ciascun dottorando è assicurato, in aggiunta alla borsa e nell’ambito delle risorse finanziarie esistenti nel bilancio dei soggetti accreditati a legislazione vigente, un budget per l’attività di ricerca in Italia e all’estero adeguato rispetto alla tipologia di corso e comunque di importo non inferiore al 10% dell’importo della borsa medesima. Se il dottorando non è valutato positivamente ai fini del rinnovo della borsa, ovvero rinuncia ad essa, l’importo non utilizzato resta nella disponibilità dell’istituzione, per gli stessi fini.

comma 5            I principi di cui al presente articolo non si applicano ai borsisti di Stati esteri o beneficiari di sostegno finanziario nell’ambito di specifici programmi di mobilità in relazione a quanto previsto dalla specifica regolamentazione.

Quindi a noi dottorandi spetta un budget minimo del 10% rispetto alla borsa di dottorato. Nel caso dell’Università degli Studi di Milano, dove l’importo della borsa di dottorato è stato elevato a 16.350,00 euro/anno lordi, il budget è stato determinato in 1.650,00 euro/anno.

A chi spetta? Chi paga?

La normativa, come purtroppo spesso accade, non è chiarissima e sembra favorire un’interpretazione secondo la quale il budget spetta esclusivamente ai dottorandi con borsa. Questo fortunatamente non è vero, almeno formalmente, per l’Università degli Studi di Milano. Il nostro Regolamento di dottorato, infatti, dettaglia meglio le varie casistiche:

Art. 20 c. 6            A decorrere dal secondo anno, a ciascun dottorando è assicurato, in aggiunta alla borsa, un budget a copertura dei costi correlati all’espletamento dell’attività di ricerca in Italia e all’estero, di importo non inferiore al dieci per cento del valore della quota base della borsa. Ai dottorandi che usufruiscono di borse messe a disposizione da università ed enti di ricerca che concorrono al corso di dottorato ovvero da enti esterni, il budget è assicurato dagli stessi finanziatori delle borse. Gli oneri relativi al budget da assicurare a ciascun dottorando privo di borsa gravano sui fondi di ricerca di pertinenza dei componenti del Collegio dei docenti. Qualora il dottorando decada ovvero rinunci alla borsa, il budget finanziato su fondi di bilancio, non utilizzato, rientra nella disponibilità dell’Ateneo, per gli stessi fini.

Il nostro regolamento è quindi molto chiaro e dice che il budget spetta a tutti i dottorandi, indipendentemente da chi eroga la borsa o dall’effettiva presenza di una borsa. In particolare, ad “assicurare a ciascun dottorando privo di borsa” il budget devono essere i membri del collegio docenti sui propri fondi di ricerca. Il budget cui si fa riferimento è lo stesso dei dottorandi con borsa, quindi i docenti per i quali di dottorandi senza borsa lavorano devono assicurargli un budget di almeno 1650,00 al mese, nessuno escluso.

All’art. 20 c. 6 si precisa inoltre che il budget deve essere comunque speso per quelle finalità, pertanto in caso di eccedenze dovute a rinuncia al dottorato, le stesse possono essere distribuite tra gli altri dottorandi.

Dunque, chi paga? Nel caso delle classiche borse ministeriali, l’università. In particolare, spetta al Consiglio d’amministrazione e al Senato accademico decidere di volta in volta quante borse di dottorato mettere a bando. E quindi viene inclusa nel calcolo economico anche la spesa previsionale del budget per ciascun dottorando. Nel caso di borse esterne invece il nostro regolamento dice (vedi anche il precedente art. 20 c. 6):

Art. 5 c. 2            Nel caso di apporti da parte di enti esterni, il finanziamento messo a disposizione deve coprire anche i contributi per l’iscrizione e la frequenza al dottorato, come indicati all’art. 19, la maggiorazione della borsa per soggiorni all’estero e il budget a copertura dei costi di ricerca di cui all’art. 20.

Sono dunque gli stessi enti esterni a doverci garantire il budget. Quindi la scusa che non ci sono soldi non può essere addotta perché qualsiasi ente esterno ha già pagato, oltre alla borsa, anche la maggiorazione per l’estero e il budget.

Lo stesso vale per i dottorati in convenzione:

Art. 6 c. 2            I soggetti convenzionati, in linea di principio in numero non superiore a quattro, devono, ciascuno, impegnarsi ad assicurare l’attivazione dei cicli di dottorato per almeno un triennio e garantire, per ogni ciclo di dottorato, il finanziamento di almeno tre borse di studio, compreso il costo per l’eventuale soggiorno all’estero e il budget per l’attività di ricerca di cui all’art. 20. La presenza nel Collegio dei docenti di personale appartenente agli enti convenzionati deve essere contenuta nei limiti stabiliti dal Consiglio di amministrazione, sentito il Senato accademico.

Quindi ogni università o ente di ricerca che porta in dote alla convenzione una borsa di dottorato deve pagare anche gli oneri relativi, compreso il budget per il dottorando.

Ad ulteriore chiarimento segnalo che il budget deve essere disponibile su richiesta, previa autorizzazione del coordinatore e dietro presentazione delle pezze giustificative delle spese sostenute. La richiesta si può fare a partire dal 2° anno e fino alla fine del terzo:

Art. 23 c. 12           Su richiesta motivata del Collegio dei docenti, il Rettore può concedere una proroga di sei o dodici mesi al dottorando che, per comprovati motivi, non sia stato in grado di presentare la tesi entro il termine previsto, ovvero quando sussistano esigenze di approfondimento delle ricerche finalizzate alla stesura della tesi medesima. In tal caso, il dottorando è ammesso all’esame finale nell’anno successivo, sempre previo parere del Collegio dei docenti e a seguito della valutazione positiva della tesi. La proroga è incompatibile con l’erogazione della borsa di studio e del budget di ricerca di cui al comma 6 dell’art. 20. Non possono ottenere la proroga i dottorandi che hanno usufruito della sospensione della frequenza del dottorato contemplata dall’art. 22. Durante il periodo di proroga, il dottorando è tenuto ad adempiere agli obblighi richiesti in materia di contributi, come previsti dal Consiglio di amministrazione.

Giova, da ultimo, far presente che i budget del 2° e 3° anno possono – volendo – essere cumulati.

 

p. s. almeno in Unimi, non vi è una “prescrizione” precisa sul come debbano essere usati i fondi. Di solito è una “contrattazione” con il proprio supervisore e il coordinatore del dottorato. Nei fatti sicuramente possono essere usati per le spese di soggiorno/vitto/viaggio nei periodi all’estero, per partecipare ai convegni e per le relative spese vive. In alcuni casi anche per l’acquisto di PC (ma è sconsigliabile perché poi dovrebbero restare di proprietà dell’università). Non dovrebbero invece essere usati per l’attività di ricerca vera e propria (es. acquisto di consumables), a quello deve provvedere il laboratorio!


La questione della mobilità assume, oggi che Milano sta diventando una realtà sempre più dinamica, un rilievo cruciale.

E’ una questione di efficienza del trasporto pubblico, di salute pubblica e di sostenibilità come testimonia anche il fatto che che le deleghe alla mobilità e all’ambiente siano state accorpate.

Milano sta facendo il massimo che si può in questa direzione? Stanno le università contribuendo adeguatamente?

Si può fare di più? La risposta secondo me è assolutamente sì.

Spesso si dice che il costo dei trasporti a Milano è già molto contenuto rispetto al resto d’Europa (es. Francia: 30 euro/mese, Svezia: 58 euro/mese). Tuttavia è molto difficile fare comparazioni precise, perché molto dipende dal costo pesato della vita e dal livello del sistema di welfare del paese con cui ci si confronta.

A voler essere venali, gli studenti universitari sono una grande risorsa economica per la città. Pagano le tasse universitarie, comprano, consumano, vivono. Perché scelgono di vivere in una città piuttosto che in un’altra? Perché Londra (pre-Brexit)? Perché Barcellona? Per la qualità della vita e i servizi che la città le offre. Un vecchio concetto politologico parla di “voto con i piedi”. Si vota con i piedi un’amministrazione locale cambiando città. Gli studenti universitari sono i primi a farlo, volando – letteralmente – nel posto che pensano sia migliore per loro!

Poiché il tempo è tiranno vi vorrei parlare specificatamente di una proposta che voglio portare avanti insieme alla mia categoria, quella dei dottorandi, e ad alcune categorie assimilabili di precari ovvero gli assegnisti, i precari della ricerca e i precari dell’università. Persone il cui ruolo è fondamentale nel coadiuvare le attività delle nostre grandi università milanesi. Complessivamente parliamo di davvero tanti lavoratori, affacciati in quella fase di transizione (si spera) tra studio e posto (più o meno) fisso.

Almeno fino all’anno scorso, il Comune di Milano aveva messo in piedi un’iniziativa “Milano Viaggia Con Te” che destinava risorse ai precari milanesi per abbonamenti gratuiti. Il finanziamento si è ridotto via via negli anni fino ad assommare a soli 60.000 euro nel 2016.

Tuttavia io non penso ci sia bisogno di pochi abbonamenti gratuiti. Noi abbiamo bisogno di incentivare seriamente l’uso dei mezzi pubblici per tutti i lavoratori e i ricercatori precari sono una categoria che potrebbe davvero beneficiarne, aumentando il numero di abbonamenti che vengono venduti e usati. In questo anche le università dovrebbero contribuire. E in ogni caso pare che quest’anno “Milano Viaggia Con Te” non si farà più!

Questi incentivi non riguardano solo gli abbonamenti. Anche il car sharing, il car pooling, l’uso delle biciclette – e l’aumento delle piste ciclabili – fanno parte di importanti politiche in questa direzione. Sapevate ad esempio che diverse università in Belgio rimborsano completamente i costi di trasporto per i dipendenti compresi dottorandi e assegnisti? Addirittura li pagano per il numero di chilometri che fanno in bici ogni giorno per venire in università e tornare a casa (25 cent/km)!

Io penso che questa idea progressista, egualitarista, ecologica e redistributiva risponda bene alla filosofia di SinistraxMilano. E’ un’idea che per essere messa in pratica probabilmente dovrebbe coinvolgere non solo l’Assessorato alla Mobilità e all’ambiente di Marco Granelli e le università ma anche quello alla Scuola della Vicesindaco Anna Scavuzzo e, perché no in fondo siamo tra i principali produttori di cultura della città, l’Assessorato alla Cultura di Filippo Del Corno. Sono aperto a tutte le vostre suggestioni in merito, grazie.

 


Ieri il Consiglio di Amministrazione della nostra università ha fatto seguito al contenuto della Legge di Stabilità 2016 esonerando dal pagamento delle tasse a favore dell’università tutti i suoi studenti di dottorato senza borsa di studio.
 
I dottorandi senza borsa Unimi che fino a oggi versavano ogni anno 980,00 euro di contributi d’iscrizione d’ora in avanti a partire dall’AA 2017/2018 verranno d’ora in avanti trattati esattamente come i dottorandi borsisti e pagheranno i soli 166,29 euro previsti per il diritto allo studio, il premio di assicurazione (doppia per gli iscritti all’ultimo anno) e l’imposta di bollo. La regola è valida anche per chi ha già iniziato il dottorato.
L’articolo di Repubblica:
Gratuità a tutti i dottorandi senza borsa di studio
 
[…] Aboliti poi i contributi universitari per i dottorandi senza borsa di studio. Per la prima volta, infatti, i possessori di un dottorato di ricerca senza finanziamenti da parte dell’ateneo non dovranno sborsare i circa 700 euro di contributi annuali. Un paradosso in vigore nella stragrande maggioranza delle università italiane, che impongono un pagamento per figure che – di fatto – lavorano come ricercatori all’interno degli atenei. La Statale ha centinaia di dottorandi senza borsa ed è una delle prime università in Italia che ha praticamente azzerato gli oneri per loro. “Una vittoria storica per noi – dice Giulio Formenti, rappresentante dei dottorandi in Senato accademico – che per la prima volta riavvicina quelli di noi senza borsa a quelli con la borsa di studio. Siamo contenti, ma non vogliamo certo che i senza borsa vengano aumentati, anzi”.
http://milano.repubblica.it/cronaca/2017/03/29/news/universita_milano_statale_tasse-161687276/

Associazione alumni: qualcosa si muove

Standard post by formenti on 2017-01-22
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Cari colleghi,

venerdì 20 gennaio si è riunita Amista, l’associazione degli ex-studenti di Unimi.

Questa associazione di Alumni, voluta dall’attuale Rettore Gianluca Vago, aveva visto la luce già tre anni fa con la fondazione da parte di Umberto Veronesi, Eva Cantarella, Gianpiero Sironi, Mauro Moroni, Pier Mannuccio Mannucci, Alberto Martinelli, Vincenzo Ferrari, Salvatore Veca e Ferruccio de Bortoli.
Tuttavia, per una serie di problemi, non aveva ancora potuto svilupparsi.

Nuova linfa è arrivata in questi ultimi mesi grazie a diversi contributi individuali, primo fra tutti quello del prof. Gian Luigi Gatta, che aveva già dato un grande contributo all’unica associazione di Alumni di Unimi attualmente funzionante, quella di Giurisprudenza.

Come sapete, nel mio programma elettorale avevo espresso il desiderio di far nascere una nostra associazione di Alumni. Per massimizzare le probabilità di successo, di concerto con l’Ateneo, ho ritenuto opportuno che questa confluisse in Amista. Il prof. Gatta, nuovo presidente di Amista, mi ha chiesto di far parte del Consiglio direttivo di Amista e ho accettato nella speranza che insieme potremo farla crescere con mutuo beneficio dei soci e della nostra università.

Come recita il suo Statuto, scopo di Amista – associazione apolitica e aconfessionale – è quello di diffondere i valori di Unimi e perseguire finalità culturali favorendo lo sviluppo, la conoscenza, lo scambio tra le diverse tradizioni culturali e i reciproci contatti tra gli associati e il mantenimento del loro rapporto con l’università.

Insieme ad un nostro ex-collega, Leonardo Manfrini, avevamo già elaborato una proposta di azioni utili alla valorizzazione dei dottori di ricerca all’interno di Amista.

Pagine di presentazione individuali, riunioni annuali, opportunità di networking, progetti culturali, incontri, convegni, placement, una tessera di servizi, email istituzionale, spazi, corsi, counseling, convenzioni, premi, incubazione di imprese e start up nonché accesso al servizio bibliotecario e alle riviste. Questi alcuni dei servizi che avevamo pensato di attivare a fronte dell’iscrizione.

Ovviamente molto di quanto si potrà fare dipenderà anche dalla volontà di chi intende associarsi. E cioè da voi!

Speriamo di cominciare a mettere in piedi i servizi e aprire le iscrizioni già nelle prossime settimane! Stay tuned.


Prendo la parola in questa pausa festiva per cercare di ricostruire e commentare alcuni momenti un po’ difficili dell’ultimo mese. Momenti che mi hanno visto, volente o nolente, protagonista in quanto destinatario di una serie di accuse molto gravi.

Preciso da subito che questa lettera si rivolge ad un numero relativamente limitato di colleghi che, attivamente o passivamente, si sono occupati delle vicende di cui mi accingo a parlare e ai quali ritengo siano necessarie delle spiegazioni. Spiegazioni che richiedono al lettore un po’ di tempo e pazienza.

Ho aspettato fino ad oggi perché se c’è una cosa che ho imparato negli anni è l’utilità del ragionamento a mente sgombra. Come esseri umani siamo intimamente imperfetti e la razionalità, che pure richiede fatica, viene facilmente meno nei momenti bui. Meglio allora cercare di mettersi in condizioni di relativa tranquillità per una disamina analitica.

Il ‘plagio’.  All’inizio di questo mese alcuni colleghi mi hanno accusato pubblicamente di plagio in relazione ai risultati del questionario che furono inviati dal sottoscritto il 30 marzo 2016 al Consiglio d’Amministrazione della nostra università per sostenere la richiesta di aumento della borsa di dottorato per tutti i dottorandi Unimi. Tale richiesta, sotto forma di petizione online, era stata a sua volta presentata sempre dal sottoscritto, unitamente alla relativa raccolta firme, il 2 febbraio 2016 in un primo incontro con il Rettore della nostra università.

La storia che qui cerco di ricostruire ha tre protagonisti principali oltre a me. Nonostante si siano pubblicamente esposti essi stessi, per brevità e rispetto li citerò solo tramite le loro iniziali. Sono molto più interessato a far luce sulla mia posizione personale e riflettere sul senso generale degli avvenimenti che ad additare singoli individui.

Il primo dei protagonisti, il nostro collega FB, in una mail iniziale significativamente intitolata “Plagio e rappresentanza”, e inviata il 5 dicembre 2016 ai colleghi rappresentanti nei singoli corsi di dottorato attraverso la mailing-list che avevo creato per scambiarci informazioni, scriveva:

“Confidiamo che l’intervistato (il sottoscritto, N. d. A.) abbia riportato correttamente le informazioni al giornalista AP, e che l’imprecisione sia dovuta esclusivamente ad esigenze redazionali di sintetizzare le informazioni per la pubblicazione online. Sarebbe infatti molto grave dover prendere atto che un collega, alle cui responsabilità scientifiche si aggiungono quelle pubbliche di rappresentante, sia responsabile di un caso evidente di plagio.”

L’email era firmata “I dottorandi del NASP”. Sono comunque propenso a pensare che si sia trattato di un’iniziativa prevalentemente personale.

Il contenuto della stessa email veniva poi ripreso il giorno successivo da GP, un altro collega e il secondo dei nostri protagonisti, nel gruppo di discussione contenente circa 600 tra colleghi ed ex-colleghi che avevo creato per cercare di riunire il corpo dottorale e i Ph.D. Alumni dell’università di Milano, con queste parole:

“Qualche giorno fa è stato postato in questo gruppo un articolo di giornale che riguarda da vicino una buona parte di dottorandi della Statale. Siccome l’articolo riferisce informazioni colpevolmente false, riporto di seguito una risposta che ho contribuito a scrivere con alcuni colleghi.”

Qual era il casus belli che aveva generato questa situazione? Si trattava di un articolo di giornale, l’articolo cui fanno riferimento FB e GP, che era uscito sull’edizione online nazionale de La Stampa a firma del giornalista AP il 2 dicembre 2016 con il titolo “Milano quanto mi costi! Nella città verticale vivere da dottorando costa minimo 1.200 euro al mese” (link).

La polemica di FB e GP fu ulteriormente ripresa il giorno stesso dal terzo protagonista, il collega MP, in un altro gruppo di discussione, quello dell’ADI (Associazione Dottorandi Italiani), di cui MP è attualmente membro nonché rappresentante eletto presso il CNSU (Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari) e il CUN (Consiglio Universitario Nazionale).

Sempre il 6 dicembre 2016, in un’occasione pubblica, FB e MP hanno reiterato verbalmente le loro accuse di plagio. Questo è ciò di cui sono stato direttamente testimone. Non escludo – e anzi ritengo probabile – che le stesse accuse siano state reiterate numerose volte in altre sedi.

In seguito GP ha anche chiesto la pubblicazione di una rettifica del suddetto articolo al giornale La Stampa. Il giornale, a seguito delle pressioni effettuate tramite Twitter da GP stesso, ha deciso di pubblicare la lettera con cui GP chiedeva la rettifica facendola seguire da una replica dell’autore dell’articolo, AP. Nella richiesta di rettifica GP dice:

“Come abbiamo già segnalato, tuttavia, Formenti non ha in alcun modo partecipato alla produzione dello studio, che è stato elaborato principalmente da FB e dal sottoscritto, e successivamente analizzato da MP. In accordo con noi autori, Formenti ha unicamente presentato i risultati da noi ottenuti all’interno del Senato Accademico e, ribadisco, non ha partecipato allo studio.”

E sottolinea la frase incriminata dell’articolo:

In nessun modo, dunque, corrisponde a realtà la frase riportata nell’articolo: ‘Lo slalom tra i costi della vita e della ricerca a Milano è stato analizzato da Giulio Formenti, rappresentante dei dottorandi della Statale con l’ausilio del Nasp, il centro studi sociali dell’ateneo.”

Faccio presente che di formazione sono un Naturalista (Laurea in Scienze Naturali, Dottorato in Scienze Ambientali). Quindi per nulla interessato dal punto di vista professionale ad intestarmi risultati scientifici derivanti da ricerche di natura sociale, specie se altrui.

Tuttavia, un’accusa di plagio è in assoluto tra le più infamanti che si possano muovere nella comunità scientifica.

Lo ripeto perché sia chiaro: l’accusa di plagio, insieme forse solo a quella di falsificazione, è l’accusa più grave che si può muovere ad un collega all’interno dell’Accademia. Non andrebbe né mossa né trattata con leggerezza.

Pertanto, quest’accusa mi ha mio malgrado seriamente imposto di interrogarmi sulla fondatezza delle contestazioni e, successivamente, mi ha impegnato ad una replica formale che chiarisca dal mio punto di vista quale sia la verità, come mi accingo a fare (cosa io intenda per ‘verità’ l’ho scritto qui). In questo so di avere una responsabilità istituzionale pubblica (per quanto limitata) alla quale non intendo sottrarmi.

Plagio dunque?  Secondo il Grande Dizionario Italiano Hoepli si tratta di appropriazione, riproduzione e pubblicazione anche parziale di un’opera altrui, letteraria, scientifica, artistica, che si fa passare come propria.

E allora iniziamo il fact checking (o, come va di moda chiamarlo oggi, il debunking).

Contrariamente a quanto scrive GP nella sua rettifica a La Stampa, non ho mai presentato al Senato Accademico i risultati del sondaggio. Li ho invece inviati il 30 marzo 2016 al Consiglio d’Amministrazione accompagnandoli con queste parole: “[…] abbiamo intrapreso, con volontà conoscitiva e istruttoria, un vero e proprio censimento sul costo della vita atto a valutare la situazione economica dei dottorandi Unimi. Al censimento, specificatamente realizzato e successivamente elaborato da alcuni dottorandi del NASP (Network for the Advancement of Social and Political Studies) e somministrato per via telematica, hanno partecipato 458 colleghi regolarmente autenticati tramite numero di matricola.” (Il testo completo)

Fin qui – secondo la definizione – nessun plagio dunque. Gli autori sono stati correttamente citati.

Era peraltro chiaro a tutti fin da subito che lo scopo del sondaggio non era quello di realizzare una pubblicazione scientifica bensì quello di sostenere la causa dell’aumento della borsa di dottorato. All’epoca feci avere i risultati del sondaggio anche ad alcuni giornalisti. Lo feci per un’ottima ragione: per quanto i segnali fossero positivi, non vi era certezza che la richiesta dell’auspicato aumento sarebbe andata a buon fine. Mostrare, attraverso una copertura a mezzo stampa, che l’aumento era necessario e che i dottorandi lo meritavano poteva essere utile, o almeno questa era stata la mia valutazione. In ogni caso i meriti furono anche in questa occasione correttamente attribuiti.

Uscirono articoli che si richiamavano alla vicenda e al sondaggio sulle edizioni locali de La Repubblica, Il Corriere e Il Giorno. In particolare, tra i giornalisti raggiunti vi era anche AP, autore di un articolo il 7 aprile 2016 su Il Giorno. Il 4 aprile 2016, con tre giorni di anticipo, avvisai della cosa tramite email proprio i tre protagonisti FB, GP e MP:

“Ciao ragazzi,

domani, per un caso che direi più che fortuito, dovrebbe uscire un altro articolo, stavolta su Il Giorno. […] Sicuramente ci saranno delle interviste […] e forse qualcosa sul sondaggio.

Non ricevetti alcuna risposta negativa in tal senso. Con questo si conclude qualsiasi opera di divulgazione di questo sondaggio e dei suoi risultati da parte mia.

Molto tempo dopo che i dati erano stati dati ai giornali e resi pubblici, a fine novembre 2016, vengo ricontattato da AP, il giornalista dell’articolo di cui sopra. AP si dichiara interessato a riprendere la vicenda in concomitanza con il versamento sul conto corrente dell’atteso aumento, nell’ottica di rilanciare il “modello Milano” (i. e. l’aumento della borsa) estendendolo su scala nazionale. Occorre sottolineare che nel successivo articolo del 2 dicembre 2016 su La Stampa AP citerà sostanzialmente gli stessi dati che aveva già usato nell’articolo de Il Giorno del 7 aprile 2016.

Tuttavia, l’articolo, oltre ad una grandissima ricaduta in termini di visibilità e condivisioni in tutta Italia, scatena la polemica per la frase che ho già ricordato:

Lo slalom tra i costi della vita e della ricerca a Milano è stato analizzato da Giulio Formenti, rappresentante dei dottorandi della Statale con l’ausilio del Nasp, il centro studi sociali dell’ateneo.”

Analizzato. Ciò che scatena questa catena di reazioni nei miei confronti è una singola parola (parola che per inciso non ho scritto io).

Ma come diceva Nanni Moretti dopotutto le parole sono importanti. E d’altra parte, come rileva GP nella sua richiesta di rettifica il sottoscritto non ha partecipato allo studio. Quindi si è appropriato ‘parzialmente’ di un’opera scientifica altrui. Quindi è colpevole di plagio. Parzialmente, perché il NASP, seppur malamente, è stato citato (ma non FB, GP o MP, questo anche perché banalmente i quotidiani tendono a citare le figure pubblico-istituzionali).

Ma le cose stanno davvero così? E’ l’autore stesso dell’articolo AP a chiarire, nella controreplica alla richiesta di rettifica di GP, lo stato delle cose:

“In base ai documenti visionati da La Stampa, il rappresentante dei dottorandi, Giulio Formenti, ha seguito lo studio nei minimi dettagli dopo averlo commissionato al Nasp come strumento aggiuntivo alla petizione. Il Nasp è stato correttamente citato e l’acronimo è stato semplificato per ragioni di spazio.”

Che farci? ‘E’ la stampa, bellezza!’ direbbe Humphrey Bogart.

Il mio contributo al sondaggio.  Ma come nasce allora quest’idea dello studio che ho prontamente fatto mia senza in alcun modo prendervi parte?

Il 25 gennaio 2016, poco dopo essere stato ufficialmente eletto rappresentante, decido di convocare un primo incontro pubblico tra i dottorandi di Unimi. Tra le risposte che ricevo vi è anche quella di GP, il quale mi chiede di poter presentare i risultati di un sondaggio sul costo della vita promosso tra una settantina di dottorandi del NASP. Ovviamente accetto, e nel corso della discussione successiva, nasce l’idea di rilanciare il sondaggio estendendolo a tutto l’Ateneo nell’ottica di sostenere la richiesta di aumento fatta tramite la petizione online.

Di comune accordo decidiamo di procedere. FB e GP (ad un certo punto con l’ausilio di MP) cominciano a redigere una prima bozza di questionario mentre io vengo incaricato di capire attraverso il CTU (Centro Tecnologico Universitario) di Unimi se sia possibile realizzare un sondaggio online che fornisca un sistema di autenticazione ufficiale per la partecipazione dei dottorandi al questionario. Qualche tempo dopo vengo ricontattato da FB con la bozza di sondaggio e mi viene chiesto di proporre modifiche: la mia risposta contiene un elenco numerato con 28 suggerimenti di modifica. Mi viene inoltre chiesto di contattare altri dottorandi per un beta test.

Fatte tutte le modifiche del caso, il 7 marzo 2016, in qualità di rappresentante della generalità dei dottorandi Unimi, invio una mail ufficiale a tutti i colleghi chiedendo di compilare il sondaggio in quanto potenziale strumento utile al fine di raggiungere l’obiettivo dell’aumento della borsa. Rispondono positivamente 458 colleghi (quasi il 45%).

Da ultimo, in una notte frenetica prima della presentazione dello studio al CdA, lavoro sulla bozza di slide prodotte da MP per la lettera di accompagnamento al CdA, di modo che questi documenti trasmettano nel miglior modo possibile la necessità della nostra (giusta) richiesta d’aumento.

Dubito che facendo uno sforzo di onestà intellettuale si possa sostenere che non ho in alcun modo partecipato alla produzione dello studio. Ne approfitto comunque per annunciare che rinuncio ad essere elencato come coautore in qualsiasi lavoro scientifico dovesse derivare dallo studio oggetto del contendere.

La rappresentanza.  Sono convinto che per una persona estranea ai fatti descritti sia abbastanza difficile comprendere il livore raggiunto dai toni di FB, GP e MP nell’escalation delle ultime settimane verso persone con cui, come si vede, per un tragitto non piccolissimo hanno attivamente collaborato. Per poterlo meglio comprendere è utile fare un passo indietro. Tutta questa vicenda infatti inizia un po’ prima dei fatti che vi ho raccontato sopra.

Dei tre protagonisti di questa vicenda (FB, GP e MP), due li ho incontrati quando ancora non ero rappresentante nel Senato Accademico. In particolare, il primo incontro di cui abbia memoria con FB e GP risale ad un momento di confronto che, proprio durante la campagna elettorale per il Senato, di concerto con la mia ‘sfidante’ avevamo organizzato per presentarci ai rappresentanti dei dottorandi eletti all’interno dei singoli corsi di Unimi. Nel corso di questo incontro FB (rappresentante) e GP (non rappresentante) erano venuti in quanto amici dell’altra candidata. A quanto mi risulta l’avevano sostenuta fin dalla sua prima candidatura, già un anno prima. Insieme a loro erano anche presenti alcuni dottorandi e assegnisti di un’altra università milanese, la Bicocca, in qualità di membri dell’associazione ADI (di cui MP diventò poi esponente di spicco) che all’epoca aveva anche lei appoggiato la candidatura della mia ‘sfidante’. Io mi ero presentato solo.

Comunque, cosa successe poi è storia nota: venni eletto io, e successivamente l’università decise di accogliere la richiesta d’aumento contenuta nella petizione online.

Le nostre debolezze.  Cosa spiega allora l’inversione di 360° nel comportamento di FB, GP e MP tra aprile e dicembre?

Una ‘curiosa fatalità’ – non saprei come altro definirla – volle che proprio alcuni membri del comitato elettorale della mia sfidante (compresi FB, GP e MP e la mia stessa sfidante) facessero parte del consorzio ‘interuniversitario’ di cui Unimi è sede amministrativa nel quale, come recita il testo della delibera del CdA, “in attesa della ridefinizione delle collaborazioni attualmente in essere con le altre università, è stato deciso di non elevare il valore delle borse di studio.”

Quindi FB, GP e MP, nonostante lo sforzo profuso, non videro i frutti del proprio lavoro. Tanti altri sì, me compreso. In coscienza posso dire che nel mare delle scelte possibili ero convinto di fare quelle più giuste. Quelle che avrebbero massimizzato i benefici per la collettività. Posso umanamente comprendere lo scoramento associato al fallimento. Ma non posso giustificare le indegne accuse che mi sono state rivolte.

In una serie di conversazioni telefoniche avevo poi fatto presente a FB che non dovevamo arrenderci, che dovevamo organizzarci per portare a casa il risultato di estendere l’aumento a più dottorandi possibili e che da parte mia ci sarebbe stato il massimo sostegno. Tuttavia non ricevetti più alcun contatto diretto o richiesta in tal senso da loro fino alle reazioni all’articolo di fine novembre dove mi si accusava di plagio. Eppure è chiaro come l’articolo de La Stampa andasse esattamente nella direzione di estendere l’aumento su scala nazionale.

Imparare dai propri errori.  La diffamazione nel nostro ordinamento è un reato e può essere perseguita sia in sede penale che civile. Seppur convinto che infine avrebbe un esito positivo, difendermi come si deve nelle sedi opportune richiederebbe un debito di energie che possono essere sicuramente meglio spese. Stavolta passi.

Auspico però che chi si è macchiato di tali infamie gratuite se proprio non intende scusarsi quantomeno rifletta una volta per tutte sull’opportunità del proprio gesto. Imparando, come fanno tutte le persone di buona volontà e sana costituzione, dai propri errori.

Per completezza segnalo a tutti quanti qual’è la procedura corretta quando si ritengono lesi i propri diritti di proprietà intellettuale. La buona prassi prevede di contattare le persone interessate per un chiarimento. Qualora non soddisfatti, ci si può poi rivolgere alle strutture preposte e in particolare, per la nostra università, al Comitato Etico (artt. 11 e 13 del Codice Etico).

Cosa stiamo ricercando?  Dovevo un pubblico chiarimento a quanti mi hanno sostenuto e mi sono stati vicini in questi mesi. Spero di avervi convinto della bontà del mio operato e dell’inconsistenza delle accuse che mi sono state rivolte.

Oltre che per il senso dell’onore che si accompagna al mio ruolo di ricercatore e di rappresentante, mi dispiace profondamente per la situazione che si è creata perché è davvero molto difficile far riconoscere e valorizzare la nostra professionalità all’interno dell’Ateneo, ancor più se la nostra comunità è lacerata da lotte intestine.

Ad ogni modo, con questo messaggio considero – ad oggi – chiusa per me la questione. Verrei meno al mio ruolo di vostro rappresentante se da domani non tornassi ad occuparmi di cercare di estendere i diritti di tutti i dottorandi (oltre che, lo ammetto, del mio percorso di dottorato).

Detto questo, non ho certo la pretesa di avere diritto all’ultima parola. In questo senso spesso mi piace citare il mio ‘eroe borghese’ Charles Darwin che, parlando di cose più interessanti, diceva:

“Sarà una lunga battaglia, anche dopo che saremo morti e sepolti…grande è il potere del travisamento.”

In cuor mio spero che non dovremo attendere la sepoltura per mettere tutti quanti la parola fine a questa vicenda. Comunque vada, nel frattempo dovremo cercare di dare di noi un’immagine d’integrità e professionalità nonché cercare di costituire un corpo dottorale unito che ci garantisca tutele sempre crescenti, dando lustro al nostro ruolo. Per questo, pur con i nostri umani limiti, nell’Accademia di cui aspiriamo a fare legittimamente parte dovremo continuare a coltivare esclusivamente il pensiero critico e le certe dimostrazioni.

Noi siamo il futuro, non dimentichiamocelo mai.

Buon 2017,

 

Giulio

La mia concezione filosofica di verità.

Standard post by formenti on 2016-12-29
1 comment


Qualcuno dice che siamo nell’era della post-verità. Io dal canto mio mi considero un positivista (qualunque cosa esattamente ciò oggi significhi, mi perdonino i colleghi filosofi) nel senso che credo che una ‘verità’, uno stato delle cose e dei processi del mondo in cui viviamo, realmente esista. E che questa ‘verità’, nella limitata misura in cui può essere trasposta in parole, possa e meriti di essere conosciuta.

Come si riconosce allora la ‘verità’? Anni fa un caro amico mi sottopose il passaggio di un libro che, pur avendo già letto, non avevo evidentemente degnato della necessaria attenzione:

“Il reale vantaggio della verità è che quando un’opinione è vera la si può soffocare una, due, molte volte, ma nel corso del tempo vi saranno in generale persone che la riscopriranno, finché non riapparirà in circostanze che le permetteranno di sfuggire alla persecuzione fino a quando si sarà sufficientemente consolidata da resistere a tutti i successivi sforzi di sopprimerla.” (Sulla Libertà – John Stuart Mill; traduzione di Stefano Magistretti).

Mill in sostanza dice che la verità dispone di una sola proprietà che la distingue dalle menzogne. Essa non è intrinsecamente più forte, migliore o più brutta, e nemmeno più bella. Può essere facilmente celata, distorta, schiacciata e annientata, solo molto raramente esaltata. Tuttavia, la verità ha quest’unica, essenziale proprietà: essa è l’unica ad essere intessuta nella trama stessa del reale. E’ ciò di cui è intrisa la materia stessa delle cose, degli eventi, delle cause e degli effetti. Questo determina la sua unica proprietà fondamentale: non importa quanto venga celata, non importa quanto venga distorta, annientata o schiacciata: la verità, come l’araba fenice, costantemente risorge. Possono volerci minuti, giorni, anni o persino secoli. Ma finché la verità non viene alla luce c’è sempre qualcosa che non torna nei racconti alternativi.


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ENGLISH BELOW
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Il Natale si avvicina. Oltre agli auguri di Buone Feste ​ci terrei a segnalare che la nostra università, di concerto con la CRUI (Conferenza dei Rettori Italiani), ha aderito alle iniziative di raccolta fondi delle università di Camerino e Macerata colpite dai terremoti di quest’anno:
 
E’ possibile donare sui conti correnti costituiti dalle due università:
 

Università degli Studi di Camerino
Direttamente tramite il sito: https://www.ilfuturononcrolla.it/

oppure

Nuova Banca delle Marche
IBAN IT09 Y060 5568 8300 0000 0014 851
BIC  BAMAIT3AXXX

Università di Macerata
Intesa SanPaolo
IBAN IT92T0306913401100000046013
BIC  BCITITMM
Causale: Donazione Unimc Sisma2016

Con donazioni uguali o superiori a 15 euro l’Università di Camerino invierà a casa una maglietta e con 30 euro anche un profumo.
I fondi raccolti andranno interamente alla costruzione di collegi studenteschi (Camerino) e nella ricostruzione e riparazione delle strutture storiche colpite (Macerata).
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Christmas is getting near. In addition to my best holiday wishes ​I would like to mention that our university has joined the fundraising effort of the Camerino and Macerata universities that were struck by the earthquakes this year:
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You can donate using the information below:

Università degli Studi di Camerino
Directly from their website: https://www.ilfuturononcrolla.it/

or

Nuova Banca delle Marche
IBAN IT09 Y060 5568 8300 0000 0014 851
BIC  BAMAIT3AXXX

Università di Macerata
Intesa SanPaolo
IBAN IT92T0306913401100000046013
BIC  BCITITMM
Motive: Donazione Unimc Sisma2016

If you donate 15 euros or more to the University of Camerino they will send a t-shirt and with 30 euros or more also a perfume.
The money collected will be devote to build new dorms (Camerino) and to restore the historical buildings (Macerata).

Previo consenso degli interessati, si pubblicano le slides dell’incontro sull’avvenire di noi giovani ricercatori.

Maurizio Zani racconta l’esperienza della Consulta Cittadina per l’Università, Claudio Gandolfi spiega secondo quali principi ispiratori e con quali risultati Unimi conduce la sua “Terza Missione” mentre Giuseppe De Nicolao muove le sue critiche alle azioni promosse in ambito universitario dal precedente Governo Renzi.

Nel corso dell’incontro l’Assessore alla Mobilità e Ambiente del Comune di Milano, Marco Granelli, ha ricordato come, di concerto con l’Università degli Studi di Milano considerata come una comunità di utenti che si estende ben oltre il personale a tempo indeterminato, si stia cercando di estendere le convenzioni in essere per agevolare i costi del trasporto pubblico anche ai non strutturati dell’Ateneo (in particolare Dottorandi e Assegnisti).

Slides_Zani

Slides_Gandolfi

Slides_De_Nicolao

 


Duecento euro in più nella busta paga non cambiano la vita, ma permettono di arrivare a fine mese più sereni, soprattutto per chi fa ricerca in una città come Milano dove con la borsa di studio si riesce a stento a sopravvivere. Lo slalom tra i costi della vita e della ricerca a Milano è stato analizzato da Giulio Formenti, rappresentante dei dottorandi della Statale con l’ausilio del Nasp, il centro studi sociali dell’ateneo. Un questionario che accompagnato da una petizione online ha convinto il rettore, Gianluca Vago, a concedere duecento euro netti in più ai dottorandi. La borsa di studio è passata così da 1016 a 1218 euro, dal 24 novembre già nei conti correnti degli oltre mille dottorandi della Statale. Un aumento che ora fa gola ai dottorandi di tutti gli altri atenei italiani, che, da Napoli a Torino, vogliono imitare “il modello Statale”.

Continua a leggere sul sito de La Stampa:

http://www.lastampa.it/2016/12/02/italia/cronache/milano-quanto-mi-costi-nella-citt-verticale-vivere-da-dottorando-costa-minimo-euro-al-mese-wQyjJdBoOkcDvijPZornAK/pagina.html