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Le ultime news sui dottorati Unimi


Pubblicato su Gli Stati Generali per IDeal

Gli incentivi. Attualmente il Governo ha fatto uno sforzo nella direzione di garantire maggiori probabilità di un’occupazione stabile ai giovani attraverso la norma della Legge di bilancio che prevede incentivi, per quasi tre miliardi di euro in tre anni, alle aziende che assumono a tempo indeterminato giovani under 29 (under 35 il primo anno). Nell’ambito delle politiche per lo sviluppo occupazionale, gli incentivi da soli non bastano eppure sono, cionondimeno, essenziali. Tuttavia, se oltre all’occupazione si vuole al contempo incentivare i giovani a formarsi, si può facilmente ravvisare come un semplice limite d’età per accedere ai contributi, indipendente da qualsiasi considerazione rispetto agli anni di studi conseguiti, crei un discrimine poco ragionevole per chi ha deciso di investire molto del suo tempo a studiare. Questo è vero specialmente per chi intraprende un percorso di formazione terziario quale il Dottorato di ricerca, per il quale l’età media al conseguimento del titolo è di 33 anni (fonte: Almalaurea, 2015). […]

Il Dottorato di ricerca nella manovra da tre miliardi per i giovani


Una petizione per l’aumento della borsa di dottorato italiana, fra le più basse d’Europa. E’ quello rivolto al Ministro Valeria Fedeli dai dottorandi italiani, che giovedì 28 settembre alle ore 13, il giorno che precede la Notte dei Ricercatori, terranno una conferenza stampa presso la Camera dei Deputati, nella quale presenteranno le firme raccolte e spiegheranno le ragioni del loro appello e uno studio dei costi associati alla manovra. Il titolo dell’incontro è il seguente:

L’investimento in conoscenza paga i migliori dividendi: gli “scatti stipendiali” per i dottorandi italiani

“Quello che chiediamo è l’adeguamento nazionale della borsa di dottorato ai più alti importi europei.” dichiara Giulio Formenti, rappresentante dei dottorandi alla Statale di Milano, che prosegue “La ricerca in Italia è un settore strategico e l’investimento nell’alta formazione non può che essere uno degli obiettivi principali per la crescita del Paese. Il Dottorato di ricerca è il più alto grado di formazione accademica e ciononostante rimane uno dei percorsi meno conosciuti dalle realtà socio-produttive italiane, anche dalle più innovative: occorre valorizzarlo, a partire dalle borse oggi insufficienti a vivere e fare ricerca nelle grandi città italiane, dove si concentrano la stragrande maggioranza dei dottorandi italiani. Chiediamo che questa nostra istanza venga presa in seria considerazione già a partire dalla prima bozza della Legge di bilancio.”

L’appello, lanciato a fine luglio ha rapidamente raccolto le 4.000 firme di dottorandi da tutta Italia che saranno consegnate durante la conferenza stampa. Alla conferenza stampa hanno confermato la loro partecipazione: Paolo COVA (Deputato PD), Manuela GHIZZONI (Deputato PD), Chiara GRIBAUDO (Deputato PD), Francesco LAFORGIA (Capogruppo MDP alla Camera), Simona MALPEZZI (Deputato e Responsabile Scuola PD), Stefano MAULLU (Eurodeputato Forza Italia), Luigi MORGANO (Eurodeputato PD), Ettore ROSATO (Capogruppo PD alla Camera), Arturo SCOTTO (Deputato MDP), Francesco VERDUCCI (Deputato e Responsabile Università PD), Giorgio ZANIN (Deputato PD), rappresentanti del MIURrappresentanti degli studenti (UDU, CLDS, UNILAB, LINK) e rappresentanti delle associazioni di ricercatori (Tempesta dei Cervelli – network che comprende AIRI, Italiaunitaxlascienza e molte altre realtà).

Sempre nella stessa occasione verrà presentato un appello, firmato da 51 europarlamentari su 74, anch’esso a favore dell’aumento della borsa di dottorato. A partire dal primo firmatario, l’On. MORGANO Luigi, eurodeputati firmatari sono: ADINOLFI Isabella, AFFRONTE Marco, AGEA Laura, BEGHIN Tiziana, BENIFEI Brando, BIZZOTTO Mara, BONAFÈ Simona, BORGHEZIO Mario, BRIANO Renata, CAPUTO Nicola, CASTALDO Fabio Massimo, CHINNICI Caterina, CIOCCA Angelo, CIRIO Alberto, COMI Lara, CORRAO Ignazio, COSTA Silvia, COZZOLINO Andrea, DANTI Nicola, DE CASTRO Paolo, DE MONTE Isabella, EVI Eleonora, FERRARA Laura, FONTANA Lorenzo, FORENZA Eleonora, GASBARRA Enrico, GENTILE Elena, GIUFFRIDA Michela, KYENGE Cécile Kashetu, LA VIA Giovanni, MAULLU Stefano, MOSCA Alessia Maria, MUSSOLINI Alessandra, PAOLUCCI Massimo, PATRICIELLO Aldo, PEDICINI Piernicola, PICIERNO Giuseppina, PITTELLA Gianni, POGLIESE Salvatore Domenico, SALINI Massimiliano, SALVINI Matteo, SASSOLI David-Maria, SCHLEIN Elly, SERNAGIOTTO Remo, TAMBURRANO Dario, VALLI Marco, VIOTTI Daniele, ZANNI Marco, ZANONATO Flavio e ZOFFOLI Damiano.

Locandina 28 settembre 2017


Care Colleghe, Cari Colleghi,

venerdì scorso 26 maggio si è riunita per la prima volta la Consulta dei dottorandi. L’incontro della Consulta, la quale era uno dei punti dei punti del mio programma elettorale e ha richiesto quasi un anno e mezzo di lavoro, è stato per me un bellissimo momento di partecipazione attiva e democratica, per il quale vorrei pubblicamente ringraziare i nostri colleghi rappresentanti eletti in seno all’organo:

Anticipando alcuni elementi verbale della seduta stessa, che ​è stata ricca di interventi e approfondimenti, vi segnalo in particolare due deliberazioni che sono state adottate:

1) In considerazione degli insopportabili ritardi che si sono verificati quest’anno, abbiamo approvato all’unanimità una mozione sui “Rimborsi per missioni e attività di tutoraggio e attività didattiche integrative” per chiedere all’università un’azione tempestiva. Il testo sarà a breve disponibile sul sito della Consulta ma intanto lo potete trovare qui: Mozione_rimborsi.

2) Prendendo a spunto il problema del numero programmato di cui avrete sentito parlare in questi giorni, e sulla scorta della mozione approvata dal Senato accademico, abbiamo indirizzato alla Ministra Valeria Fedeli e agli organi accademici una mozione intitolata “Il rilancio dell’università pubblica richiede un investimento strutturale in Università e Ricerca”. Ne ha parlato anche La Repubblica domenica scorsa, vedi sotto.

Il testo integrale è disponibile tramite il sito della Consulta.

Buona Festa della Repubblica a tutti!

 

Mozione – Rilancio università pubblica

Standard post by formenti on 2017-05-24
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Il testo della presente mozione, presentato dai rappresentanti degli studenti, è stato approvato all’unanimità (un astenuto) il 23 Maggio 2017 dal Senato accademico dell’Università degli Studi di Milano.

In queste settimane l’Università degli Studi di Milano ha vissuto un importante dibattito interno relativo alla possibilità o meno d’introdurre il numero programmato per alcuni corsi di laurea triennale dell’area umanistica.

Tuttavia riteniamo necessario sottolineare alcuni fattori che hanno determinato questa situazione, i quali sono in ultima istanza in gran parte indipendenti dalla volontà dell’Università degli Studi di Milano e di tutti i suoi organi decisionali.

Questi fattori sono diventati elementi strutturali del sistema universitario italiano, per come si è trasformato dopo l’approvazione della legge 240/2010 (Riforma Gelmini), e generano a cascata consistenti effetti, le cui conseguenze ci troviamo ad affrontare oggi.

In particolare vanno citati il sottofinanziamento cronico che colpisce tutti gli atenei pubblici dal 2008, con la costante diminuzione del FFO (Fondo di finanziamento ordinario); il blocco e/o la riduzione del turnover per il personale docente e amministrativo andato in pensione, che impedisce il ricambio generazionale e favorisce la precarizzazione del lavoro intellettuale; un sistema di valutazione degli Atenei in diversi casi incapace di rispondere alle reali necessità del sistema universitario, che cambia i criteri anno dopo anno e rende difficile una programmazione seria e ponderata delle esigenze dell’offerta didattica.

Crediamo che sia essenziale che questo recente “peccato originale” dell’Università italiana sia superato, in sede accademica e nelle sedi politiche, così da garantire l’accesso ai più alti gradi degli studi, così come costituzionalmente previsto, a fasce sempre più ampie della popolazione, indipendentemente dal reddito e dal censo. Siamo ultimi nell’Unione europea per il rapporto tra laureati e popolazione, e siamo ben lontani dagli obiettivi fissati per il 2020 dall’Unione europea in questo senso. Si tratta di una necessità strategica, prima ancora che questione di buon senso.

Siamo convinti che nessuno che abbia a cuore il destino dell’università pubblica, libera e aperta possa accettare in silenzio l’evoluzione recente del sistema universitario italiano, elemento strategico per il futuro del Paese.

Con la presente mozione chiediamo quindi che l’Università degli Studi di Milano si impegni formalmente a ribadire questa necessità e rappresentare questo disagio in tutte le sedi competenti, trasmettendo, tramite i suoi vertici, la preoccupazione degli studenti, del corpo docente e del personale tecnico-amministrativo, così da contribuire a contrastare l’impoverimento del settore della ricerca e dell’alta formazione.

Nella stampa:

3. Il budget del dottorando

Standard post by formenti on 2017-04-24
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Quando vinciamo il concorso di dottorato ci viene detto (o dovrebbe venirci detto) che, a partire dal secondo anno, per legge abbiamo diritto ad un budget di ricerca pari ad almeno il 10% dell’importo della borsa di dottorato. Purtroppo spesso non ci avvaliamo, o le circostanze non ci consento di avvalerci, di questa opportunità e molto spesso il budget resta sottoutilizzato. Ho scritto allora questa piccola nota sperando che sia d’aiuto per ottimizzare l’accesso a questo nostro diritto.

Da dove deriva il diritto ad un budget?

La fonte originaria della previsione di un budget di ricerca a disposizione dei dottorandi italiani è il Decreto Ministeriale dell’8 febbraio 2013 n. 45 intitolato “Regolamento recante modalità di accreditamento delle sedi e dei corsi di dottorato e criteri per la istituzione dei corsi di dottorato da parte degli enti accreditati”.

Qui l’art. 9 dice:

comma 3            A decorrere dal secondo anno a ciascun dottorando è assicurato, in aggiunta alla borsa e nell’ambito delle risorse finanziarie esistenti nel bilancio dei soggetti accreditati a legislazione vigente, un budget per l’attività di ricerca in Italia e all’estero adeguato rispetto alla tipologia di corso e comunque di importo non inferiore al 10% dell’importo della borsa medesima. Se il dottorando non è valutato positivamente ai fini del rinnovo della borsa, ovvero rinuncia ad essa, l’importo non utilizzato resta nella disponibilità dell’istituzione, per gli stessi fini.

comma 5            I principi di cui al presente articolo non si applicano ai borsisti di Stati esteri o beneficiari di sostegno finanziario nell’ambito di specifici programmi di mobilità in relazione a quanto previsto dalla specifica regolamentazione.

Quindi a noi dottorandi spetta un budget minimo del 10% rispetto alla borsa di dottorato. Nel caso dell’Università degli Studi di Milano, dove l’importo della borsa di dottorato è stato elevato a 16.350,00 euro/anno lordi, il budget è stato determinato in 1.650,00 euro/anno.

A chi spetta? Chi paga?

La normativa, come purtroppo spesso accade, non è chiarissima e sembra favorire un’interpretazione secondo la quale il budget spetta esclusivamente ai dottorandi con borsa. Questo fortunatamente non è vero, almeno formalmente, per l’Università degli Studi di Milano. Il nostro Regolamento di dottorato, infatti, dettaglia meglio le varie casistiche:

Art. 20 c. 6            A decorrere dal secondo anno, a ciascun dottorando è assicurato, in aggiunta alla borsa, un budget a copertura dei costi correlati all’espletamento dell’attività di ricerca in Italia e all’estero, di importo non inferiore al dieci per cento del valore della quota base della borsa. Ai dottorandi che usufruiscono di borse messe a disposizione da università ed enti di ricerca che concorrono al corso di dottorato ovvero da enti esterni, il budget è assicurato dagli stessi finanziatori delle borse. Gli oneri relativi al budget da assicurare a ciascun dottorando privo di borsa gravano sui fondi di ricerca di pertinenza dei componenti del Collegio dei docenti. Qualora il dottorando decada ovvero rinunci alla borsa, il budget finanziato su fondi di bilancio, non utilizzato, rientra nella disponibilità dell’Ateneo, per gli stessi fini.

Il nostro regolamento è quindi molto chiaro e dice che il budget spetta a tutti i dottorandi, indipendentemente da chi eroga la borsa o dall’effettiva presenza di una borsa. In particolare, ad “assicurare a ciascun dottorando privo di borsa” il budget devono essere i membri del collegio docenti sui propri fondi di ricerca. Il budget cui si fa riferimento è lo stesso dei dottorandi con borsa, quindi i docenti per i quali di dottorandi senza borsa lavorano devono assicurargli un budget di almeno 1650,00 al mese, nessuno escluso.

All’art. 20 c. 6 si precisa inoltre che il budget deve essere comunque speso per quelle finalità, pertanto in caso di eccedenze dovute a rinuncia al dottorato, le stesse possono essere distribuite tra gli altri dottorandi.

Dunque, chi paga? Nel caso delle classiche borse ministeriali, l’università. In particolare, spetta al Consiglio d’amministrazione e al Senato accademico decidere di volta in volta quante borse di dottorato mettere a bando. E quindi viene inclusa nel calcolo economico anche la spesa previsionale del budget per ciascun dottorando. Nel caso di borse esterne invece il nostro regolamento dice (vedi anche il precedente art. 20 c. 6):

Art. 5 c. 2            Nel caso di apporti da parte di enti esterni, il finanziamento messo a disposizione deve coprire anche i contributi per l’iscrizione e la frequenza al dottorato, come indicati all’art. 19, la maggiorazione della borsa per soggiorni all’estero e il budget a copertura dei costi di ricerca di cui all’art. 20.

Sono dunque gli stessi enti esterni a doverci garantire il budget. Quindi la scusa che non ci sono soldi non può essere addotta perché qualsiasi ente esterno ha già pagato, oltre alla borsa, anche la maggiorazione per l’estero e il budget.

Lo stesso vale per i dottorati in convenzione:

Art. 6 c. 2            I soggetti convenzionati, in linea di principio in numero non superiore a quattro, devono, ciascuno, impegnarsi ad assicurare l’attivazione dei cicli di dottorato per almeno un triennio e garantire, per ogni ciclo di dottorato, il finanziamento di almeno tre borse di studio, compreso il costo per l’eventuale soggiorno all’estero e il budget per l’attività di ricerca di cui all’art. 20. La presenza nel Collegio dei docenti di personale appartenente agli enti convenzionati deve essere contenuta nei limiti stabiliti dal Consiglio di amministrazione, sentito il Senato accademico.

Quindi ogni università o ente di ricerca che porta in dote alla convenzione una borsa di dottorato deve pagare anche gli oneri relativi, compreso il budget per il dottorando.

Ad ulteriore chiarimento segnalo che il budget deve essere disponibile su richiesta, previa autorizzazione del coordinatore e dietro presentazione delle pezze giustificative delle spese sostenute. La richiesta si può fare a partire dal 2° anno e fino alla fine del terzo:

Art. 23 c. 12           Su richiesta motivata del Collegio dei docenti, il Rettore può concedere una proroga di sei o dodici mesi al dottorando che, per comprovati motivi, non sia stato in grado di presentare la tesi entro il termine previsto, ovvero quando sussistano esigenze di approfondimento delle ricerche finalizzate alla stesura della tesi medesima. In tal caso, il dottorando è ammesso all’esame finale nell’anno successivo, sempre previo parere del Collegio dei docenti e a seguito della valutazione positiva della tesi. La proroga è incompatibile con l’erogazione della borsa di studio e del budget di ricerca di cui al comma 6 dell’art. 20. Non possono ottenere la proroga i dottorandi che hanno usufruito della sospensione della frequenza del dottorato contemplata dall’art. 22. Durante il periodo di proroga, il dottorando è tenuto ad adempiere agli obblighi richiesti in materia di contributi, come previsti dal Consiglio di amministrazione.

Giova, da ultimo, far presente che i budget del 2° e 3° anno possono – volendo – essere cumulati.

 

p. s. almeno in Unimi, non vi è una “prescrizione” precisa sul come debbano essere usati i fondi. Di solito è una “contrattazione” con il proprio supervisore e il coordinatore del dottorato. Nei fatti sicuramente possono essere usati per le spese di soggiorno/vitto/viaggio nei periodi all’estero, per partecipare ai convegni e per le relative spese vive. In alcuni casi anche per l’acquisto di PC (ma è sconsigliabile perché poi dovrebbero restare di proprietà dell’università). Non dovrebbero invece essere usati per l’attività di ricerca vera e propria (es. acquisto di consumables), a quello deve provvedere il laboratorio!


La questione della mobilità assume, oggi che Milano sta diventando una realtà sempre più dinamica, un rilievo cruciale.

E’ una questione di efficienza del trasporto pubblico, di salute pubblica e di sostenibilità come testimonia anche il fatto che che le deleghe alla mobilità e all’ambiente siano state accorpate.

Milano sta facendo il massimo che si può in questa direzione? Stanno le università contribuendo adeguatamente?

Si può fare di più? La risposta secondo me è assolutamente sì.

Spesso si dice che il costo dei trasporti a Milano è già molto contenuto rispetto al resto d’Europa (es. Francia: 30 euro/mese, Svezia: 58 euro/mese). Tuttavia è molto difficile fare comparazioni precise, perché molto dipende dal costo pesato della vita e dal livello del sistema di welfare del paese con cui ci si confronta.

A voler essere venali, gli studenti universitari sono una grande risorsa economica per la città. Pagano le tasse universitarie, comprano, consumano, vivono. Perché scelgono di vivere in una città piuttosto che in un’altra? Perché Londra (pre-Brexit)? Perché Barcellona? Per la qualità della vita e i servizi che la città le offre. Un vecchio concetto politologico parla di “voto con i piedi”. Si vota con i piedi un’amministrazione locale cambiando città. Gli studenti universitari sono i primi a farlo, volando – letteralmente – nel posto che pensano sia migliore per loro!

Poiché il tempo è tiranno vi vorrei parlare specificatamente di una proposta che voglio portare avanti insieme alla mia categoria, quella dei dottorandi, e ad alcune categorie assimilabili di precari ovvero gli assegnisti, i precari della ricerca e i precari dell’università. Persone il cui ruolo è fondamentale nel coadiuvare le attività delle nostre grandi università milanesi. Complessivamente parliamo di davvero tanti lavoratori, affacciati in quella fase di transizione (si spera) tra studio e posto (più o meno) fisso.

Almeno fino all’anno scorso, il Comune di Milano aveva messo in piedi un’iniziativa “Milano Viaggia Con Te” che destinava risorse ai precari milanesi per abbonamenti gratuiti. Il finanziamento si è ridotto via via negli anni fino ad assommare a soli 60.000 euro nel 2016.

Tuttavia io non penso ci sia bisogno di pochi abbonamenti gratuiti. Noi abbiamo bisogno di incentivare seriamente l’uso dei mezzi pubblici per tutti i lavoratori e i ricercatori precari sono una categoria che potrebbe davvero beneficiarne, aumentando il numero di abbonamenti che vengono venduti e usati. In questo anche le università dovrebbero contribuire. E in ogni caso pare che quest’anno “Milano Viaggia Con Te” non si farà più!

Questi incentivi non riguardano solo gli abbonamenti. Anche il car sharing, il car pooling, l’uso delle biciclette – e l’aumento delle piste ciclabili – fanno parte di importanti politiche in questa direzione. Sapevate ad esempio che diverse università in Belgio rimborsano completamente i costi di trasporto per i dipendenti compresi dottorandi e assegnisti? Addirittura li pagano per il numero di chilometri che fanno in bici ogni giorno per venire in università e tornare a casa (25 cent/km)!

Io penso che questa idea progressista, egualitarista, ecologica e redistributiva risponda bene alla filosofia di SinistraxMilano. E’ un’idea che per essere messa in pratica probabilmente dovrebbe coinvolgere non solo l’Assessorato alla Mobilità e all’ambiente di Marco Granelli e le università ma anche quello alla Scuola della Vicesindaco Anna Scavuzzo e, perché no in fondo siamo tra i principali produttori di cultura della città, l’Assessorato alla Cultura di Filippo Del Corno. Sono aperto a tutte le vostre suggestioni in merito, grazie.

 


Ieri il Consiglio di Amministrazione della nostra università ha fatto seguito al contenuto della Legge di Stabilità 2016 esonerando dal pagamento delle tasse a favore dell’università tutti i suoi studenti di dottorato senza borsa di studio.
 
I dottorandi senza borsa Unimi che fino a oggi versavano ogni anno 980,00 euro di contributi d’iscrizione d’ora in avanti a partire dall’AA 2017/2018 verranno d’ora in avanti trattati esattamente come i dottorandi borsisti e pagheranno i soli 166,29 euro previsti per il diritto allo studio, il premio di assicurazione (doppia per gli iscritti all’ultimo anno) e l’imposta di bollo. La regola è valida anche per chi ha già iniziato il dottorato.
L’articolo di Repubblica:
Gratuità a tutti i dottorandi senza borsa di studio
 
[…] Aboliti poi i contributi universitari per i dottorandi senza borsa di studio. Per la prima volta, infatti, i possessori di un dottorato di ricerca senza finanziamenti da parte dell’ateneo non dovranno sborsare i circa 700 euro di contributi annuali. Un paradosso in vigore nella stragrande maggioranza delle università italiane, che impongono un pagamento per figure che – di fatto – lavorano come ricercatori all’interno degli atenei. La Statale ha centinaia di dottorandi senza borsa ed è una delle prime università in Italia che ha praticamente azzerato gli oneri per loro. “Una vittoria storica per noi – dice Giulio Formenti, rappresentante dei dottorandi in Senato accademico – che per la prima volta riavvicina quelli di noi senza borsa a quelli con la borsa di studio. Siamo contenti, ma non vogliamo certo che i senza borsa vengano aumentati, anzi”.
http://milano.repubblica.it/cronaca/2017/03/29/news/universita_milano_statale_tasse-161687276/

Associazione alumni: qualcosa si muove

Standard post by formenti on 2017-01-22
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Cari colleghi,

venerdì 20 gennaio si è riunita Amista, l’associazione degli ex-studenti di Unimi.

Questa associazione di Alumni, voluta dall’attuale Rettore Gianluca Vago, aveva visto la luce già tre anni fa con la fondazione da parte di Umberto Veronesi, Eva Cantarella, Gianpiero Sironi, Mauro Moroni, Pier Mannuccio Mannucci, Alberto Martinelli, Vincenzo Ferrari, Salvatore Veca e Ferruccio de Bortoli.
Tuttavia, per una serie di problemi, non aveva ancora potuto svilupparsi.

Nuova linfa è arrivata in questi ultimi mesi grazie a diversi contributi individuali, primo fra tutti quello del prof. Gian Luigi Gatta, che aveva già dato un grande contributo all’unica associazione di Alumni di Unimi attualmente funzionante, quella di Giurisprudenza.

Come sapete, nel mio programma elettorale avevo espresso il desiderio di far nascere una nostra associazione di Alumni. Per massimizzare le probabilità di successo, di concerto con l’Ateneo, ho ritenuto opportuno che questa confluisse in Amista. Il prof. Gatta, nuovo presidente di Amista, mi ha chiesto di far parte del Consiglio direttivo di Amista e ho accettato nella speranza che insieme potremo farla crescere con mutuo beneficio dei soci e della nostra università.

Come recita il suo Statuto, scopo di Amista – associazione apolitica e aconfessionale – è quello di diffondere i valori di Unimi e perseguire finalità culturali favorendo lo sviluppo, la conoscenza, lo scambio tra le diverse tradizioni culturali e i reciproci contatti tra gli associati e il mantenimento del loro rapporto con l’università.

Insieme ad un nostro ex-collega, Leonardo Manfrini, avevamo già elaborato una proposta di azioni utili alla valorizzazione dei dottori di ricerca all’interno di Amista.

Pagine di presentazione individuali, riunioni annuali, opportunità di networking, progetti culturali, incontri, convegni, placement, una tessera di servizi, email istituzionale, spazi, corsi, counseling, convenzioni, premi, incubazione di imprese e start up nonché accesso al servizio bibliotecario e alle riviste. Questi alcuni dei servizi che avevamo pensato di attivare a fronte dell’iscrizione.

Ovviamente molto di quanto si potrà fare dipenderà anche dalla volontà di chi intende associarsi. E cioè da voi!

Speriamo di cominciare a mettere in piedi i servizi e aprire le iscrizioni già nelle prossime settimane! Stay tuned.


Prendo la parola in questa pausa festiva per cercare di ricostruire e commentare alcuni momenti un po’ difficili dell’ultimo mese. Momenti che mi hanno visto, volente o nolente, protagonista in quanto destinatario di una serie di accuse molto gravi.

Preciso da subito che questa lettera si rivolge ad un numero relativamente limitato di colleghi che, attivamente o passivamente, si sono occupati delle vicende di cui mi accingo a parlare e ai quali ritengo siano necessarie delle spiegazioni. Spiegazioni che richiedono al lettore un po’ di tempo e pazienza.

Ho aspettato fino ad oggi perché se c’è una cosa che ho imparato negli anni è l’utilità del ragionamento a mente sgombra. Come esseri umani siamo intimamente imperfetti e la razionalità, che pure richiede fatica, viene facilmente meno nei momenti bui. Meglio allora cercare di mettersi in condizioni di relativa tranquillità per una disamina analitica.

Il ‘plagio’.  All’inizio di questo mese alcuni colleghi mi hanno accusato pubblicamente di plagio in relazione ai risultati del questionario che furono inviati dal sottoscritto il 30 marzo 2016 al Consiglio d’Amministrazione della nostra università per sostenere la richiesta di aumento della borsa di dottorato per tutti i dottorandi Unimi. Tale richiesta, sotto forma di petizione online, era stata a sua volta presentata sempre dal sottoscritto, unitamente alla relativa raccolta firme, il 2 febbraio 2016 in un primo incontro con il Rettore della nostra università.

La storia che qui cerco di ricostruire ha tre protagonisti principali oltre a me. Nonostante si siano pubblicamente esposti essi stessi, per brevità e rispetto li citerò solo tramite le loro iniziali. Sono molto più interessato a far luce sulla mia posizione personale e riflettere sul senso generale degli avvenimenti che ad additare singoli individui.

Il primo dei protagonisti, il nostro collega FB, in una mail iniziale significativamente intitolata “Plagio e rappresentanza”, e inviata il 5 dicembre 2016 ai colleghi rappresentanti nei singoli corsi di dottorato attraverso la mailing-list che avevo creato per scambiarci informazioni, scriveva:

“Confidiamo che l’intervistato (il sottoscritto, N. d. A.) abbia riportato correttamente le informazioni al giornalista AP, e che l’imprecisione sia dovuta esclusivamente ad esigenze redazionali di sintetizzare le informazioni per la pubblicazione online. Sarebbe infatti molto grave dover prendere atto che un collega, alle cui responsabilità scientifiche si aggiungono quelle pubbliche di rappresentante, sia responsabile di un caso evidente di plagio.”

L’email era firmata “I dottorandi del NASP”. Sono comunque propenso a pensare che si sia trattato di un’iniziativa prevalentemente personale.

Il contenuto della stessa email veniva poi ripreso il giorno successivo da GP, un altro collega e il secondo dei nostri protagonisti, nel gruppo di discussione contenente circa 600 tra colleghi ed ex-colleghi che avevo creato per cercare di riunire il corpo dottorale e i Ph.D. Alumni dell’università di Milano, con queste parole:

“Qualche giorno fa è stato postato in questo gruppo un articolo di giornale che riguarda da vicino una buona parte di dottorandi della Statale. Siccome l’articolo riferisce informazioni colpevolmente false, riporto di seguito una risposta che ho contribuito a scrivere con alcuni colleghi.”

Qual era il casus belli che aveva generato questa situazione? Si trattava di un articolo di giornale, l’articolo cui fanno riferimento FB e GP, che era uscito sull’edizione online nazionale de La Stampa a firma del giornalista AP il 2 dicembre 2016 con il titolo “Milano quanto mi costi! Nella città verticale vivere da dottorando costa minimo 1.200 euro al mese” (link).

La polemica di FB e GP fu ulteriormente ripresa il giorno stesso dal terzo protagonista, il collega MP, in un altro gruppo di discussione, quello dell’ADI (Associazione Dottorandi Italiani), di cui MP è attualmente membro nonché rappresentante eletto presso il CNSU (Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari) e il CUN (Consiglio Universitario Nazionale).

Sempre il 6 dicembre 2016, in un’occasione pubblica, FB e MP hanno reiterato verbalmente le loro accuse di plagio. Questo è ciò di cui sono stato direttamente testimone. Non escludo – e anzi ritengo probabile – che le stesse accuse siano state reiterate numerose volte in altre sedi.

In seguito GP ha anche chiesto la pubblicazione di una rettifica del suddetto articolo al giornale La Stampa. Il giornale, a seguito delle pressioni effettuate tramite Twitter da GP stesso, ha deciso di pubblicare la lettera con cui GP chiedeva la rettifica facendola seguire da una replica dell’autore dell’articolo, AP. Nella richiesta di rettifica GP dice:

“Come abbiamo già segnalato, tuttavia, Formenti non ha in alcun modo partecipato alla produzione dello studio, che è stato elaborato principalmente da FB e dal sottoscritto, e successivamente analizzato da MP. In accordo con noi autori, Formenti ha unicamente presentato i risultati da noi ottenuti all’interno del Senato Accademico e, ribadisco, non ha partecipato allo studio.”

E sottolinea la frase incriminata dell’articolo:

In nessun modo, dunque, corrisponde a realtà la frase riportata nell’articolo: ‘Lo slalom tra i costi della vita e della ricerca a Milano è stato analizzato da Giulio Formenti, rappresentante dei dottorandi della Statale con l’ausilio del Nasp, il centro studi sociali dell’ateneo.”

Faccio presente che di formazione sono un Naturalista (Laurea in Scienze Naturali, Dottorato in Scienze Ambientali). Quindi per nulla interessato dal punto di vista professionale ad intestarmi risultati scientifici derivanti da ricerche di natura sociale, specie se altrui.

Tuttavia, un’accusa di plagio è in assoluto tra le più infamanti che si possano muovere nella comunità scientifica.

Lo ripeto perché sia chiaro: l’accusa di plagio, insieme forse solo a quella di falsificazione, è l’accusa più grave che si può muovere ad un collega all’interno dell’Accademia. Non andrebbe né mossa né trattata con leggerezza.

Pertanto, quest’accusa mi ha mio malgrado seriamente imposto di interrogarmi sulla fondatezza delle contestazioni e, successivamente, mi ha impegnato ad una replica formale che chiarisca dal mio punto di vista quale sia la verità, come mi accingo a fare (cosa io intenda per ‘verità’ l’ho scritto qui). In questo so di avere una responsabilità istituzionale pubblica (per quanto limitata) alla quale non intendo sottrarmi.

Plagio dunque?  Secondo il Grande Dizionario Italiano Hoepli si tratta di appropriazione, riproduzione e pubblicazione anche parziale di un’opera altrui, letteraria, scientifica, artistica, che si fa passare come propria.

E allora iniziamo il fact checking (o, come va di moda chiamarlo oggi, il debunking).

Contrariamente a quanto scrive GP nella sua rettifica a La Stampa, non ho mai presentato al Senato Accademico i risultati del sondaggio. Li ho invece inviati il 30 marzo 2016 al Consiglio d’Amministrazione accompagnandoli con queste parole: “[…] abbiamo intrapreso, con volontà conoscitiva e istruttoria, un vero e proprio censimento sul costo della vita atto a valutare la situazione economica dei dottorandi Unimi. Al censimento, specificatamente realizzato e successivamente elaborato da alcuni dottorandi del NASP (Network for the Advancement of Social and Political Studies) e somministrato per via telematica, hanno partecipato 458 colleghi regolarmente autenticati tramite numero di matricola.” (Il testo completo)

Fin qui – secondo la definizione – nessun plagio dunque. Gli autori sono stati correttamente citati.

Era peraltro chiaro a tutti fin da subito che lo scopo del sondaggio non era quello di realizzare una pubblicazione scientifica bensì quello di sostenere la causa dell’aumento della borsa di dottorato. All’epoca feci avere i risultati del sondaggio anche ad alcuni giornalisti. Lo feci per un’ottima ragione: per quanto i segnali fossero positivi, non vi era certezza che la richiesta dell’auspicato aumento sarebbe andata a buon fine. Mostrare, attraverso una copertura a mezzo stampa, che l’aumento era necessario e che i dottorandi lo meritavano poteva essere utile, o almeno questa era stata la mia valutazione. In ogni caso i meriti furono anche in questa occasione correttamente attribuiti.

Uscirono articoli che si richiamavano alla vicenda e al sondaggio sulle edizioni locali de La Repubblica, Il Corriere e Il Giorno. In particolare, tra i giornalisti raggiunti vi era anche AP, autore di un articolo il 7 aprile 2016 su Il Giorno. Il 4 aprile 2016, con tre giorni di anticipo, avvisai della cosa tramite email proprio i tre protagonisti FB, GP e MP:

“Ciao ragazzi,

domani, per un caso che direi più che fortuito, dovrebbe uscire un altro articolo, stavolta su Il Giorno. […] Sicuramente ci saranno delle interviste […] e forse qualcosa sul sondaggio.

Non ricevetti alcuna risposta negativa in tal senso. Con questo si conclude qualsiasi opera di divulgazione di questo sondaggio e dei suoi risultati da parte mia.

Molto tempo dopo che i dati erano stati dati ai giornali e resi pubblici, a fine novembre 2016, vengo ricontattato da AP, il giornalista dell’articolo di cui sopra. AP si dichiara interessato a riprendere la vicenda in concomitanza con il versamento sul conto corrente dell’atteso aumento, nell’ottica di rilanciare il “modello Milano” (i. e. l’aumento della borsa) estendendolo su scala nazionale. Occorre sottolineare che nel successivo articolo del 2 dicembre 2016 su La Stampa AP citerà sostanzialmente gli stessi dati che aveva già usato nell’articolo de Il Giorno del 7 aprile 2016.

Tuttavia, l’articolo, oltre ad una grandissima ricaduta in termini di visibilità e condivisioni in tutta Italia, scatena la polemica per la frase che ho già ricordato:

Lo slalom tra i costi della vita e della ricerca a Milano è stato analizzato da Giulio Formenti, rappresentante dei dottorandi della Statale con l’ausilio del Nasp, il centro studi sociali dell’ateneo.”

Analizzato. Ciò che scatena questa catena di reazioni nei miei confronti è una singola parola (parola che per inciso non ho scritto io).

Ma come diceva Nanni Moretti dopotutto le parole sono importanti. E d’altra parte, come rileva GP nella sua richiesta di rettifica il sottoscritto non ha partecipato allo studio. Quindi si è appropriato ‘parzialmente’ di un’opera scientifica altrui. Quindi è colpevole di plagio. Parzialmente, perché il NASP, seppur malamente, è stato citato (ma non FB, GP o MP, questo anche perché banalmente i quotidiani tendono a citare le figure pubblico-istituzionali).

Ma le cose stanno davvero così? E’ l’autore stesso dell’articolo AP a chiarire, nella controreplica alla richiesta di rettifica di GP, lo stato delle cose:

“In base ai documenti visionati da La Stampa, il rappresentante dei dottorandi, Giulio Formenti, ha seguito lo studio nei minimi dettagli dopo averlo commissionato al Nasp come strumento aggiuntivo alla petizione. Il Nasp è stato correttamente citato e l’acronimo è stato semplificato per ragioni di spazio.”

Che farci? ‘E’ la stampa, bellezza!’ direbbe Humphrey Bogart.

Il mio contributo al sondaggio.  Ma come nasce allora quest’idea dello studio che ho prontamente fatto mia senza in alcun modo prendervi parte?

Il 25 gennaio 2016, poco dopo essere stato ufficialmente eletto rappresentante, decido di convocare un primo incontro pubblico tra i dottorandi di Unimi. Tra le risposte che ricevo vi è anche quella di GP, il quale mi chiede di poter presentare i risultati di un sondaggio sul costo della vita promosso tra una settantina di dottorandi del NASP. Ovviamente accetto, e nel corso della discussione successiva, nasce l’idea di rilanciare il sondaggio estendendolo a tutto l’Ateneo nell’ottica di sostenere la richiesta di aumento fatta tramite la petizione online.

Di comune accordo decidiamo di procedere. FB e GP (ad un certo punto con l’ausilio di MP) cominciano a redigere una prima bozza di questionario mentre io vengo incaricato di capire attraverso il CTU (Centro Tecnologico Universitario) di Unimi se sia possibile realizzare un sondaggio online che fornisca un sistema di autenticazione ufficiale per la partecipazione dei dottorandi al questionario. Qualche tempo dopo vengo ricontattato da FB con la bozza di sondaggio e mi viene chiesto di proporre modifiche: la mia risposta contiene un elenco numerato con 28 suggerimenti di modifica. Mi viene inoltre chiesto di contattare altri dottorandi per un beta test.

Fatte tutte le modifiche del caso, il 7 marzo 2016, in qualità di rappresentante della generalità dei dottorandi Unimi, invio una mail ufficiale a tutti i colleghi chiedendo di compilare il sondaggio in quanto potenziale strumento utile al fine di raggiungere l’obiettivo dell’aumento della borsa. Rispondono positivamente 458 colleghi (quasi il 45%).

Da ultimo, in una notte frenetica prima della presentazione dello studio al CdA, lavoro sulla bozza di slide prodotte da MP per la lettera di accompagnamento al CdA, di modo che questi documenti trasmettano nel miglior modo possibile la necessità della nostra (giusta) richiesta d’aumento.

Dubito che facendo uno sforzo di onestà intellettuale si possa sostenere che non ho in alcun modo partecipato alla produzione dello studio. Ne approfitto comunque per annunciare che rinuncio ad essere elencato come coautore in qualsiasi lavoro scientifico dovesse derivare dallo studio oggetto del contendere.

La rappresentanza.  Sono convinto che per una persona estranea ai fatti descritti sia abbastanza difficile comprendere il livore raggiunto dai toni di FB, GP e MP nell’escalation delle ultime settimane verso persone con cui, come si vede, per un tragitto non piccolissimo hanno attivamente collaborato. Per poterlo meglio comprendere è utile fare un passo indietro. Tutta questa vicenda infatti inizia un po’ prima dei fatti che vi ho raccontato sopra.

Dei tre protagonisti di questa vicenda (FB, GP e MP), due li ho incontrati quando ancora non ero rappresentante nel Senato Accademico. In particolare, il primo incontro di cui abbia memoria con FB e GP risale ad un momento di confronto che, proprio durante la campagna elettorale per il Senato, di concerto con la mia ‘sfidante’ avevamo organizzato per presentarci ai rappresentanti dei dottorandi eletti all’interno dei singoli corsi di Unimi. Nel corso di questo incontro FB (rappresentante) e GP (non rappresentante) erano venuti in quanto amici dell’altra candidata. A quanto mi risulta l’avevano sostenuta fin dalla sua prima candidatura, già un anno prima. Insieme a loro erano anche presenti alcuni dottorandi e assegnisti di un’altra università milanese, la Bicocca, in qualità di membri dell’associazione ADI (di cui MP diventò poi esponente di spicco) che all’epoca aveva anche lei appoggiato la candidatura della mia ‘sfidante’. Io mi ero presentato solo.

Comunque, cosa successe poi è storia nota: venni eletto io, e successivamente l’università decise di accogliere la richiesta d’aumento contenuta nella petizione online.

Le nostre debolezze.  Cosa spiega allora l’inversione di 360° nel comportamento di FB, GP e MP tra aprile e dicembre?

Una ‘curiosa fatalità’ – non saprei come altro definirla – volle che proprio alcuni membri del comitato elettorale della mia sfidante (compresi FB, GP e MP e la mia stessa sfidante) facessero parte del consorzio ‘interuniversitario’ di cui Unimi è sede amministrativa nel quale, come recita il testo della delibera del CdA, “in attesa della ridefinizione delle collaborazioni attualmente in essere con le altre università, è stato deciso di non elevare il valore delle borse di studio.”

Quindi FB, GP e MP, nonostante lo sforzo profuso, non videro i frutti del proprio lavoro. Tanti altri sì, me compreso. In coscienza posso dire che nel mare delle scelte possibili ero convinto di fare quelle più giuste. Quelle che avrebbero massimizzato i benefici per la collettività. Posso umanamente comprendere lo scoramento associato al fallimento. Ma non posso giustificare le indegne accuse che mi sono state rivolte.

In una serie di conversazioni telefoniche avevo poi fatto presente a FB che non dovevamo arrenderci, che dovevamo organizzarci per portare a casa il risultato di estendere l’aumento a più dottorandi possibili e che da parte mia ci sarebbe stato il massimo sostegno. Tuttavia non ricevetti più alcun contatto diretto o richiesta in tal senso da loro fino alle reazioni all’articolo di fine novembre dove mi si accusava di plagio. Eppure è chiaro come l’articolo de La Stampa andasse esattamente nella direzione di estendere l’aumento su scala nazionale.

Imparare dai propri errori.  La diffamazione nel nostro ordinamento è un reato e può essere perseguita sia in sede penale che civile. Seppur convinto che infine avrebbe un esito positivo, difendermi come si deve nelle sedi opportune richiederebbe un debito di energie che possono essere sicuramente meglio spese. Stavolta passi.

Auspico però che chi si è macchiato di tali infamie gratuite se proprio non intende scusarsi quantomeno rifletta una volta per tutte sull’opportunità del proprio gesto. Imparando, come fanno tutte le persone di buona volontà e sana costituzione, dai propri errori.

Per completezza segnalo a tutti quanti qual’è la procedura corretta quando si ritengono lesi i propri diritti di proprietà intellettuale. La buona prassi prevede di contattare le persone interessate per un chiarimento. Qualora non soddisfatti, ci si può poi rivolgere alle strutture preposte e in particolare, per la nostra università, al Comitato Etico (artt. 11 e 13 del Codice Etico).

Cosa stiamo ricercando?  Dovevo un pubblico chiarimento a quanti mi hanno sostenuto e mi sono stati vicini in questi mesi. Spero di avervi convinto della bontà del mio operato e dell’inconsistenza delle accuse che mi sono state rivolte.

Oltre che per il senso dell’onore che si accompagna al mio ruolo di ricercatore e di rappresentante, mi dispiace profondamente per la situazione che si è creata perché è davvero molto difficile far riconoscere e valorizzare la nostra professionalità all’interno dell’Ateneo, ancor più se la nostra comunità è lacerata da lotte intestine.

Ad ogni modo, con questo messaggio considero – ad oggi – chiusa per me la questione. Verrei meno al mio ruolo di vostro rappresentante se da domani non tornassi ad occuparmi di cercare di estendere i diritti di tutti i dottorandi (oltre che, lo ammetto, del mio percorso di dottorato).

Detto questo, non ho certo la pretesa di avere diritto all’ultima parola. In questo senso spesso mi piace citare il mio ‘eroe borghese’ Charles Darwin che, parlando di cose più interessanti, diceva:

“Sarà una lunga battaglia, anche dopo che saremo morti e sepolti…grande è il potere del travisamento.”

In cuor mio spero che non dovremo attendere la sepoltura per mettere tutti quanti la parola fine a questa vicenda. Comunque vada, nel frattempo dovremo cercare di dare di noi un’immagine d’integrità e professionalità nonché cercare di costituire un corpo dottorale unito che ci garantisca tutele sempre crescenti, dando lustro al nostro ruolo. Per questo, pur con i nostri umani limiti, nell’Accademia di cui aspiriamo a fare legittimamente parte dovremo continuare a coltivare esclusivamente il pensiero critico e le certe dimostrazioni.

Noi siamo il futuro, non dimentichiamocelo mai.

Buon 2017,

 

Giulio

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