Riconoscere la dignità dei dottorandi italiani, a partire dal compenso

In controtendenza con il disinvestimento nell’accademia italiana a cui si è assistito, in particolare, a partire dall’introduzione della Legge Gelmini (2010), la Ministra Valeria Fedeli ha annunciato molti interventi per l’Università nella prossima Legge di Bilancio. Questi consistono soprattutto in un grande rifinanziamento (per ora una tantum) dei Progetti di Rilevante Interesse Nazionale (PRIN), in una misura a favore dei docenti universitari che hanno subito il blocco degli scatti nel periodo 2011-2015 e, ora che il dibattito sul numero programmato si è riacceso, in interventi di natura sia economica che legislativa per garantire l’accesso all’istruzione universitaria a più studenti possibile. Naturalmente, agli annunci dovranno seguire i fatti e riuscire a trovare le risorse necessarie è tutt’altro che semplice, specie in un bilancio fortemente vincolato e deficitario come quello italiano. La politica e la società civile devono letteralmente “fare i conti” con questi limiti per non risultare demagogiche o velleitarie.

Le sfide che ci attendono nel prossimo periodo sono molte e difficili. Ciononostante, lungi dal sostenere di vivere nel migliore dei mondi possibili, si intravedono alcuni segnali di speranza. Ad esempio, possiamo ricordare l’introduzione della “no tax area” nella scorsa Legge di Bilancio, che esonera tutti gli studenti con ISEE inferiore a 13.000 euro dal pagamento delle tasse d’iscrizione, graduandole inoltre fino a 30.000 euro. Contemporaneamente all’introduzione di questo provvedimento, per i dottorandi senza borsa sono state abolite le tasse d’iscrizione, come suggerito dall’Associazione Dottorandi Italiani (ADI). Si tratta chiaramente di interventi in applicazione dei principi costituzionali secondo cui tutti i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi (art. 34) ed è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini impediscono il pieno sviluppo della persona umana (art. 3). A meno di un anno da allora, anche il riconoscimento dell’indennità di disoccupazione (DIS-COLL) per assegnisti e dottorandi – anch’essa fortemente richiesta dall’ADI – è un segnale molto positivo, almeno qualora non dovesse incentivare il precariato anche in ambito accademico.

Nel solco della medesima visione sul futuro dell’università e della ricerca italiane, ma in un’ottica di terzietà rispetto ai decisori politici, insieme a moltissimi colleghi italiani abbiamo proposto di proseguire gli sforzi fatti proponendo un incremento dell’importo minimo della borsa di dottorato, che è fermo da 10 anni a poco più 1000 euro al mese e che, peraltro, ha visto nel tempo una progressiva erosione dovuta all’aumento dell’aliquota dei contributi previdenziali. In anni recenti, alcune importanti università italiane (in particolare l’Università degli Studi di Milano, l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, e il Politecnico di Torino) hanno coraggiosamente intrapreso questa strada, sfruttando le risorse dei propri bilanci. Tuttavia, gli sforzi di poche università non servono al sistema-paese. Tramite una petizione che ha superato in poche settimane le 2.000 firme, abbiamo chiesto alla Ministra Fedeli di intervenire. Servendoci delle informazioni nel database del Cineca, abbiamo anche determinato che per un incremento di 200 euro netti mensili a dottorando (+20%, pari a circa 3.600 euro annui) l’investimento complessivo necessario (calcolato sulle 19.515 borse di dottorato totali, messe a bando o riservate a studenti stranieri nel triennio riferito all’anno in corso), si aggira intorno ai 70 milioni di euro; incremento che, comunque, potrebbe essere rimodulato anche in funzione delle disponibilità di bilancio. Senza voler dettare i tempi e i modi della politica, abbiamo già argomentato altrove come questo sia per noi un ulteriore investimento nel diritto allo studio; una manovra essenziale per provare ad arginare il trasferimento tecnologico verso l’estero derivante dalla “fuga dei cervelli”; e anche un modo per riconoscere dignità al Dottorato dentro e fuori dell’accademia.

E’ scontato dire che tale proposta non esaurisce le necessità del sistema universitario italiano e in particolare dei Dottorati di ricerca. Infatti, sempre su Scuola24 è stato recentemente pubblicato un contributo del Segretario dell’ADI, Giuseppe Montalbano, che riprendendo un documento dell’associazione del luglio scorso avanza alcune proposte in tal senso. Partendo dal fatto che fin dalla sua nascita nel lontano 1998 ADI ha fatto della richiesta di migliori condizioni salariali una delle sue ragioni d’essere, mi permetto di commentare alcune delle proposte portate all’attenzione generale contestando, ove in disaccordo e dati alla mano, determinate conclusioni nella speranza di avviare un dibattito che aiuti a mettere meglio a fuoco le riforme necessarie.

1) La prima proposta avanzata per i dottorandi è quella di superare ogni discriminazione tra borsisti (quei colleghi, cioè, che hanno vinto una borsa ministeriale tramite graduatoria in un concorso pubblico) e non borsisti (che non avendo trovato una posizione utile in graduatoria devono, ove possibile, affidarsi a borse esterne), riconoscendo la DIS-COLL anche ai secondi.

L’estensione della DIS-COLL, riconosciuta dal Governo a partire da quest’anno agli assegnisti e ai dottorandi italiani, si è basata in larga misura sul fatto che i dottorandi borsisti – a differenza dei dottorandi non borsisti – versano i contributi figurativi alla gestione separata dell’INPS. Dunque, pur non essendo in discussione l’assunto per cui il lavoro di ricerca debba essere sempre adeguatamente retribuito, in questi termini la richiesta appare poco coerente. Medesimo ragionamento può essere applicato alla proposta immediatamente successiva, ovvero quella di riconoscere l’aumento della borsa per i periodi eventualmente trascorsi all’estero (normalmente nell’ordine del 50%) anche ai dottorandi senza borsa. Pur ritenendo auspicabile il riconoscimento ai dottorandi senza borsa di maggiori tutele, tale formulazione appare contraddittoria.

Sempre in relazione alle discriminazioni un’altra priorità, secondo ADI, è l’abolizione della possibilità da parte delle università di tassare i dottorandi. Per argomentare l’insostenibilità della situazione che deriva dalla tassazione, si porta come esempio un picco di 1953 euro di tasse d’iscrizione alla Sapienza di Roma.

La tassazione per i dottorandi è stata introdotta sulla base del fatto che il Dottorato costituisce formazione terziaria e che i dottorandi sono dunque a tutti gli effetti di legge degli studenti. Purtroppo non risulta disponibile pubblicamente un’analisi esaustiva e aggiornata sulle tasse d’iscrizione applicate ai dottorandi, ma da un documento in mio possesso riferito al XXXI ciclo (2015/2016) 22 atenei su 77 in Italia hanno fatto ricorso a questo strumento fiscale, che prevede un contributo variabile tra l’1 e il 10% circa della borsa. Tuttavia, tra questi atenei non compare l’università “La Sapienza” di Roma, per la quale l’importo di 1.953 euro, citato erroneamente da ADI pare riferirsi al 2011. Quest’anno, invece, l’università ha deliberato la completa abolizione delle tasse per tutti i suoi dottorandi (con o senza borsa), a seguito dell’introduzione della “no tax area”. Non vi è alcun vincolo di legge in tal senso e si potrebbe allora forse interpretare questa abolizione come un segnale forte: quando la politica fa il suo mestiere di indirizzo, la società civile è pronta a seguire.

Ma al di là di questo, la tassazione del dottorato è davvero un problema così centrale? In molti paesi è la norma. Non è forse invece un sintomo di un problema più generale, ovvero dello scarso riconoscimento economico associato al nostro lavoro intellettuale? Dovremmo chiedere allo Stato di essere pagati di più, indipendentemente dalla presenza o meno di tasse. Peraltro, benché oggi nulla vieti agli atenei di introdurre o aumentare a piacere le tasse d’iscrizione, il ricorso ad esse sembra comunque relativamente marginale. Ciò non toglie che, in ogni caso, bisogna semmai almeno garantire che le tasse non siano decise arbitrariamente, bensì siano sempre proporzionate ai servizi offerti.

Qualcuno ha anche sostenuto che un aumento della borsa di dottorato potrebbe essere compensato dalle università aumentando le tasse d’iscrizione. Questo potrebbe, in teoria, verificarsi se alla ridefinizione dell’importo minimo non si accompagnasse un finanziamento aggiuntivo. Tuttavia, è bene precisare che l’aumento della borsa di Dottorato è una proposta che va portata avanti insieme agli atenei, facendo loro eventualmente comprendere l’importanza della valorizzazione dei percorsi dottorali che offrono.

2) Il secondo macro-intervento proposto nella lettera è quello del superamento del dottorato senza borsa attraverso la copertura totale dei posti a bando. A una prima lettura risulta difficile comprendere la coerenza con la proposta immediatamente precedente, che prevedeva maggiori diritti per i dottorandi senza borsa. Ma la questione diventa più chiara se si considera che le proposte per punti attualmente riportate nell’articolo erano – almeno nel documento originario – chiaramente pensate per articolarsi in “tempi successivi”. Ma allora se lo Stato decidesse di accogliere tutte le richieste in un’unica soluzione, sarebbe forse sbagliato? E anche qualora si stessero incoraggiando “tutele crescenti” per i dottorandi senza borsa fino al riconoscimento del pari trattamento, sarebbe sensato articolare in due tempi la proposta (prima la DIS-COLL e l’aumento all’estero, poi l’abolizione)? Si può ragionevolmente pensare che questo piano progressivo si realizzi nella condizione di instabilità politica attuale? Queste sono domande aperte che evidenziano come la questione del dottorato senza borsa sia molto complessa e richieda una trattazione a parte. Quel che è certo è che non esistono facili soluzioni: è evidente, ad esempio, che la proposta di abolire il dottorato senza borsa tramite la copertura totale dei posti messi a bando sarebbe poco auspicabile in termini premiali, poiché favorirebbe proprio gli atenei che ne hanno fatto un maggior uso (i quali, cioè, riceverebbero in proporzione maggiori risorse rispetto agli atenei più “virtuosi”, cioè quelli che hanno invece coperto la maggioranza dei posti con borsa).

Oltre alla copertura dei posti senza borsa, si chiede poi l’aumento del numero totale dei posti di dottorato. L’ADI denuncia un crollo del 45% dei posti di dottorato nell’ultimo decennio che ha portato l’Italia agli ultimi posti per numero di dottorandi per abitante e che sarebbe da ascrivere agli effetti della legge 133/2008 (“tagli lineari”) e agli stringenti criteri contenuti nelle linee guida per l’accreditamento dei corsi di dottorato. Se è vero che i tagli, definiti in quegli anni spending review, hanno inciso significativamente e negativamente sull’intero sistema universitario, il contributo delle linee guida per l’accreditamento è suscettibile di interpretazione.

Fino alla primavera del 2013 vi era un vincolo del 50% alla proporzione di posti con e senza borsa. La Legge Gelmini prevedeva l’abolizione di tale vincolo, cosa che avvenne effettivamente al tempo del Ministro Profumo. Le linee guida alle quali si fa riferimento hanno, fortunatamente, reintrodotto quasi immediatamente il vincolo con una soglia ancora più alta (75%), che permane ancora oggi, e rende conto in buona parte del “crollo” del numero totale di posti. Peraltro, sempre secondo i dati forniti ogni anno dal Cineca, il numero di posti di dottorato sembra essersi assestato intorno alle 8.500 unità, e addirittura nell’ultimo anno si registra un lieve incremento dei posti con borsa (+2%). Come che sia, l’interpretazione in chiave negativa di un tale provvedimento è discutibile, poiché esso va proprio nella direzione tanto auspicata del superamento del dottorato senza borsa. Va ricordato che il numero di posti di dottorato non è definito dal Ministero, bensì dalle singole università: il Ministero può solo determinare la proporzione di dottorandi senza borsa consentita sul totale. E’ dunque una questione di autonomia universitaria: anche se vi fosse un (auspicabile) aumento del Fondo di Finanziamento Ordinario degli Atenei, non vi è nessuna garanzia che questi fondi aggiuntivi vengano spesi a favore della copertura dei posti senza borsa (a meno di non inserire tutti i fondi annualmente spesi dalle università nel fondo ministeriale vincolato ai dottorati, in direzione fortemente contraria rispetto alla tutela dell’autonomia degli atenei). Inoltre, bisognerebbe riflettere sul fatto che il motivo per cui l’Italia ha poche borse di Dottorato è anche da ricondurre alla carenza complessiva del suo sistema universitario. In quest’ottica, si potrebbero prevedere criteri leggermente meno stringenti per l’apertura di dottorati consorziati, ovvero stabilire che un ateneo possa partecipare a un consorzio anche con un numero inferiore di borse messe a bando (attualmente 3 è il numero minimo), al fine di favorire la collaborazione tra atenei medio-piccoli, che da soli non sarebbero in grado di inaugurare nuovi corsi di dottorato. In ogni caso, il Dottorato non può essere visto come una collocazione temporanea per i neolaureati: bisogna assicurare che a ogni borsa corrisponda un adeguato investimento in termini di formazione, tutoraggio, risorse disponibili per la ricerca e prospettive. Una piramide tronca alla base è infatti solo un’illusione per chi inizia un percorso di formazione dottorale. In questo senso, norme di accreditamento relativamente stringenti sono le benvenute.

3) L’ultima proposta, un aumento della borsa di dottorato, è quella che abbiamo sostenuto in tanti, anche attraverso la petizione. L’ulteriore possibilità che viene suggerita, ovvero di agganciare la borsa al minimale contributivo INPS, potrebbe essere di buon senso, ma non è corretto sostenere che ciò andrebbe fatto per contrastare l’erosione dell’importo dovuto all’aumento dell’aliquota contributiva sulla gestione separata. Non vi è, infatti, nessuna correlazione tra l’aliquota contributiva della gestione separata e il minimale contributivo.

Storicamente, l’aliquota contributiva della gestione separata è cresciuta per uniformarsi all’aliquota ordinaria, onde evitare che un diverso costo del lavoro favorisse il ricorso preferenziale a forme di precariato. Oggi si è assestata al 33,23% (con un aumento dello 0,51% quest’anno, dovuto proprio all’introduzione della DIS-COLL) e non dovrebbe – ragionevolmente – crescere più di tanto. Viceversa, il minimale contributivo è annualmente aggiornato sulla base dell’inflazione (oggi quasi nulla) e quindi sulla base del valore reale e non nominale della moneta. La rivalutazione del minimale contributivo è stata nulla nell’ultimo periodo (+0% tra il 2016 e il 2017) e, se le cose continuassero così, l’effetto di questo vincolo sulla rivalutazione della borsa sarebbe altrettanto nullo o quasi. Tuttavia, è possibile che in futuro l’inflazione riprenda a crescere e quindi il vincolo potrebbe tornare utile, benché in questo caso abbia più senso agganciare la rivalutazione della borsa direttamente all’inflazione piuttosto che al minimale contributivo (magari con un decreto di ridefinizione dell’importo da pubblicare di anno in anno).

L’ADI prevede che il costo complessivo di tutte queste manovre sia di oltre 270 milioni di euro. I conti esatti non sono riportati e, se il costo del solo aumento è nell’ordine dei 70 milioni, considerata anche la richiesta della copertura del totale dei posti messi a bando e del loro aumento (manovre che incrementerebbero significativamente il costo dell’aumento della borsa), l’ammontare complessivo appare a prima vista sottostimato. In ogni caso, alla luce delle altre richieste del mondo accademico richiamate in precedenza e della situazione economica generale (pochi giorni fa si è stimata una finanziaria di oltre 25 miliardi per consentire il blocco dell’aumento dell’IVA, ma di cui solo 17 risultano al momento nelle disponibilità del Governo), una proposta come questa non sembra così realistica. La politica non dovrebbe guardare a un mondo ideale ma avere la capacità di operare in questo mondo e saper fare delle scelte, cercando poi di realizzare la cosa giusta, e dopo continuare a lottare per ciò che ancora non funziona. Questo è ciò che distingue la proposta politica dalla semplice protesta. Bisogna anche tenere a mente che quando si avanzano richieste di questo tipo si sta sempre indirettamente proponendo di togliere i fondi a qualcos’altro. In quest’ottica, anche la contrapposizione tra il progetto di Human Technopole, che al di là dei giudizi di merito rappresenta un investimento importante nella ricerca italiana, e le richieste dei dottorandi appare fuorviante.

Nella lettera dell’ADI vi sono poi una serie di riflessioni ulteriori, relative alla mancanza di tutele e opportunità e per i dottorandi, che meritano un commento. Si dice che ai dottorandi non è riconosciuto alcun compenso per le ore di didattica integrativa agli studenti che possono essere previste nel loro progetto formativo. Questo non è corretto. E’ vero che il già richiamato DM 45/2013 afferma che “i dottorandi […] possono svolgere, senza che ciò comporti alcun incremento della borsa di studio, attività di tutorato degli studenti dei corsi di laurea e di laurea magistrale nonché, comunque entro il limite massimo di quaranta ore in ciascun anno accademico, attività di didattica integrativa”, ma questo non significa che non possano essere retribuiti: all’Università degli Studi di Milano, solo per fare un esempio, il compenso per l’attività didattica integrativa varia tra i 25 e i 35 euro per il tutoraggio ed è di 45 euro per le esercitazioni, come per gli assegnisti o i docenti a contratto.

Parimenti, non è corretto sostenere che la mancata attribuzione della dote del 10% della borsa a ciascun dottorando sia colpa del Legislatore. Infatti, essendo questa prevista dal DM, sta in gran parte alle università e ai singoli vigilare affinché un diritto formale diventi un diritto reale.

Infine, appare contraddittorio sostenere che non ci sia stato alcun serio tentativo di aprire il titolo di Dottore di Ricerca al mercato del lavoro e al contempo criticare le forme di dottorato “industriali” e “in apprendistato”.

E’ già stato osservato come oggi globalmente il numero di neo-dottori di ricerca cresca velocemente, mentre il numero di posizioni accademiche a tempo indeterminato resti sostanzialmente stabile. Questo è dovuto, almeno in parte, al progressivo aumento del grado di scolarizzazione della società. Per quanto riguarda il nostro Paese, è forse possibile rintracciare una delle cause nell’eccesso di autonomia concessa agli atenei in questo ambito dopo il ’99, autonomia che portò a una proliferazione di posti di dottorato in un milieu non così fertile come altrove. In ogni caso, questo fenomeno rende impossibile pensare che a ogni dottore di ricerca sia data l’opportunità di accedere alla carriera universitaria. E’ vero dunque che andrebbe fatto molto di più, a maggior ragione perché vi è probabilmente un difetto sostanziale nello stesso tessuto produttivo del nostro Paese che non consente al Dottorato di attecchire facilmente. D’altra parte, stroncare sul nascere i tiepidi passi in questa direzione non sembra una strategia vincente.

In conclusione, pensiamo che le proposte politiche – specie se provenienti dal mondo accademico – non possano essere dei feticci da agitare per raccogliere facili consensi, ma debbano basarsi su attente analisi e certe dimostrazioni. C’è un divario incolmabile tra dire che va tutto bene e dire che va tutto male. E anche ammettendo che stia andando tutto male, dov’era l’ADI quando questo accadeva? Delle due l’una: o non tutto è così fosco come appare, oppure l’ADI non è stata in grado di tutelare in modo del tutto adeguato i diritti dei dottorandi italiani. Noi riteniamo che oggi sia imperativa una visione realistica e non viziata da posizioni ideologiche. Con questo spirito sosterremo la proposta di aumento della borsa di dottorato il 28 settembre alla Camera dei Deputati di fronte ai decisori politici.

 

Giulio Formenti

A nome del nascente

Comitato per la valorizzazione del Dottorato di Ricerca

14 Set, 2017

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Title: Riconoscere la dignità dei dottorandi italiani, a partire dal compenso
Date Posted: 2017-06-20
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