Cosa stiamo ricercando? Il nostro ruolo nell’università di domani.

Prendo la parola in questa pausa festiva per cercare di ricostruire e commentare alcuni momenti un po’ difficili dell’ultimo mese. Momenti che mi hanno visto, volente o nolente, protagonista in quanto destinatario di una serie di accuse molto gravi.

Preciso da subito che questa lettera si rivolge ad un numero relativamente limitato di colleghi che, attivamente o passivamente, si sono occupati delle vicende di cui mi accingo a parlare e ai quali ritengo siano necessarie delle spiegazioni. Spiegazioni che richiedono al lettore un po’ di tempo e pazienza.

Ho aspettato fino ad oggi perché se c’è una cosa che ho imparato negli anni è l’utilità del ragionamento a mente sgombra. Come esseri umani siamo intimamente imperfetti e la razionalità, che pure richiede fatica, viene facilmente meno nei momenti bui. Meglio allora cercare di mettersi in condizioni di relativa tranquillità per una disamina analitica.

Il ‘plagio’.  All’inizio di questo mese alcuni colleghi mi hanno accusato pubblicamente di plagio in relazione ai risultati del questionario che furono inviati dal sottoscritto il 30 marzo 2016 al Consiglio d’Amministrazione della nostra università per sostenere la richiesta di aumento della borsa di dottorato per tutti i dottorandi Unimi. Tale richiesta, sotto forma di petizione online, era stata a sua volta presentata sempre dal sottoscritto, unitamente alla relativa raccolta firme, il 2 febbraio 2016 in un primo incontro con il Rettore della nostra università.

La storia che qui cerco di ricostruire ha tre protagonisti principali oltre a me. Nonostante si siano pubblicamente esposti essi stessi, per brevità e rispetto li citerò solo tramite le loro iniziali. Sono molto più interessato a far luce sulla mia posizione personale e riflettere sul senso generale degli avvenimenti che ad additare singoli individui.

Il primo dei protagonisti, il nostro collega FB, in una mail iniziale significativamente intitolata “Plagio e rappresentanza”, e inviata il 5 dicembre 2016 ai colleghi rappresentanti nei singoli corsi di dottorato attraverso la mailing-list che avevo creato per scambiarci informazioni, scriveva:

“Confidiamo che l’intervistato (il sottoscritto, N. d. A.) abbia riportato correttamente le informazioni al giornalista AP, e che l’imprecisione sia dovuta esclusivamente ad esigenze redazionali di sintetizzare le informazioni per la pubblicazione online. Sarebbe infatti molto grave dover prendere atto che un collega, alle cui responsabilità scientifiche si aggiungono quelle pubbliche di rappresentante, sia responsabile di un caso evidente di plagio.”

L’email era firmata “I dottorandi del NASP”. Sono comunque propenso a pensare che si sia trattato di un’iniziativa prevalentemente personale.

Il contenuto della stessa email veniva poi ripreso il giorno successivo da GP, un altro collega e il secondo dei nostri protagonisti, nel gruppo di discussione contenente circa 600 tra colleghi ed ex-colleghi che avevo creato per cercare di riunire il corpo dottorale e i Ph.D. Alumni dell’università di Milano, con queste parole:

“Qualche giorno fa è stato postato in questo gruppo un articolo di giornale che riguarda da vicino una buona parte di dottorandi della Statale. Siccome l’articolo riferisce informazioni colpevolmente false, riporto di seguito una risposta che ho contribuito a scrivere con alcuni colleghi.”

Qual era il casus belli che aveva generato questa situazione? Si trattava di un articolo di giornale, l’articolo cui fanno riferimento FB e GP, che era uscito sull’edizione online nazionale de La Stampa a firma del giornalista AP il 2 dicembre 2016 con il titolo “Milano quanto mi costi! Nella città verticale vivere da dottorando costa minimo 1.200 euro al mese” (link).

La polemica di FB e GP fu ulteriormente ripresa il giorno stesso dal terzo protagonista, il collega MP, in un altro gruppo di discussione, quello dell’ADI (Associazione Dottorandi Italiani), di cui MP è attualmente membro nonché rappresentante eletto presso il CNSU (Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari) e il CUN (Consiglio Universitario Nazionale).

Sempre il 6 dicembre 2016, in un’occasione pubblica, FB e MP hanno reiterato verbalmente le loro accuse di plagio. Questo è ciò di cui sono stato direttamente testimone. Non escludo – e anzi ritengo probabile – che le stesse accuse siano state reiterate numerose volte in altre sedi.

In seguito GP ha anche chiesto la pubblicazione di una rettifica del suddetto articolo al giornale La Stampa. Il giornale, a seguito delle pressioni effettuate tramite Twitter da GP stesso, ha deciso di pubblicare la lettera con cui GP chiedeva la rettifica facendola seguire da una replica dell’autore dell’articolo, AP. Nella richiesta di rettifica GP dice:

“Come abbiamo già segnalato, tuttavia, Formenti non ha in alcun modo partecipato alla produzione dello studio, che è stato elaborato principalmente da FB e dal sottoscritto, e successivamente analizzato da MP. In accordo con noi autori, Formenti ha unicamente presentato i risultati da noi ottenuti all’interno del Senato Accademico e, ribadisco, non ha partecipato allo studio.”

E sottolinea la frase incriminata dell’articolo:

In nessun modo, dunque, corrisponde a realtà la frase riportata nell’articolo: ‘Lo slalom tra i costi della vita e della ricerca a Milano è stato analizzato da Giulio Formenti, rappresentante dei dottorandi della Statale con l’ausilio del Nasp, il centro studi sociali dell’ateneo.”

Faccio presente che di formazione sono un Naturalista (Laurea in Scienze Naturali, Dottorato in Scienze Ambientali). Quindi per nulla interessato dal punto di vista professionale ad intestarmi risultati scientifici derivanti da ricerche di natura sociale, specie se altrui.

Tuttavia, un’accusa di plagio è in assoluto tra le più infamanti che si possano muovere nella comunità scientifica.

Lo ripeto perché sia chiaro: l’accusa di plagio, insieme forse solo a quella di falsificazione, è l’accusa più grave che si può muovere ad un collega all’interno dell’Accademia. Non andrebbe né mossa né trattata con leggerezza.

Pertanto, quest’accusa mi ha mio malgrado seriamente imposto di interrogarmi sulla fondatezza delle contestazioni e, successivamente, mi ha impegnato ad una replica formale che chiarisca dal mio punto di vista quale sia la verità, come mi accingo a fare (cosa io intenda per ‘verità’ l’ho scritto qui). In questo so di avere una responsabilità istituzionale pubblica (per quanto limitata) alla quale non intendo sottrarmi.

Plagio dunque?  Secondo il Grande Dizionario Italiano Hoepli si tratta di appropriazione, riproduzione e pubblicazione anche parziale di un’opera altrui, letteraria, scientifica, artistica, che si fa passare come propria.

E allora iniziamo il fact checking (o, come va di moda chiamarlo oggi, il debunking).

Contrariamente a quanto scrive GP nella sua rettifica a La Stampa, non ho mai presentato al Senato Accademico i risultati del sondaggio. Li ho invece inviati il 30 marzo 2016 al Consiglio d’Amministrazione accompagnandoli con queste parole: “[…] abbiamo intrapreso, con volontà conoscitiva e istruttoria, un vero e proprio censimento sul costo della vita atto a valutare la situazione economica dei dottorandi Unimi. Al censimento, specificatamente realizzato e successivamente elaborato da alcuni dottorandi del NASP (Network for the Advancement of Social and Political Studies) e somministrato per via telematica, hanno partecipato 458 colleghi regolarmente autenticati tramite numero di matricola.” (Il testo completo)

Fin qui – secondo la definizione – nessun plagio dunque. Gli autori sono stati correttamente citati.

Era peraltro chiaro a tutti fin da subito che lo scopo del sondaggio non era quello di realizzare una pubblicazione scientifica bensì quello di sostenere la causa dell’aumento della borsa di dottorato. All’epoca feci avere i risultati del sondaggio anche ad alcuni giornalisti. Lo feci per un’ottima ragione: per quanto i segnali fossero positivi, non vi era certezza che la richiesta dell’auspicato aumento sarebbe andata a buon fine. Mostrare, attraverso una copertura a mezzo stampa, che l’aumento era necessario e che i dottorandi lo meritavano poteva essere utile, o almeno questa era stata la mia valutazione. In ogni caso i meriti furono anche in questa occasione correttamente attribuiti.

Uscirono articoli che si richiamavano alla vicenda e al sondaggio sulle edizioni locali de La Repubblica, Il Corriere e Il Giorno. In particolare, tra i giornalisti raggiunti vi era anche AP, autore di un articolo il 7 aprile 2016 su Il Giorno. Il 4 aprile 2016, con tre giorni di anticipo, avvisai della cosa tramite email proprio i tre protagonisti FB, GP e MP:

“Ciao ragazzi,

domani, per un caso che direi più che fortuito, dovrebbe uscire un altro articolo, stavolta su Il Giorno. […] Sicuramente ci saranno delle interviste […] e forse qualcosa sul sondaggio.

Non ricevetti alcuna risposta negativa in tal senso. Con questo si conclude qualsiasi opera di divulgazione di questo sondaggio e dei suoi risultati da parte mia.

Molto tempo dopo che i dati erano stati dati ai giornali e resi pubblici, a fine novembre 2016, vengo ricontattato da AP, il giornalista dell’articolo di cui sopra. AP si dichiara interessato a riprendere la vicenda in concomitanza con il versamento sul conto corrente dell’atteso aumento, nell’ottica di rilanciare il “modello Milano” (i. e. l’aumento della borsa) estendendolo su scala nazionale. Occorre sottolineare che nel successivo articolo del 2 dicembre 2016 su La Stampa AP citerà sostanzialmente gli stessi dati che aveva già usato nell’articolo de Il Giorno del 7 aprile 2016.

Tuttavia, l’articolo, oltre ad una grandissima ricaduta in termini di visibilità e condivisioni in tutta Italia, scatena la polemica per la frase che ho già ricordato:

Lo slalom tra i costi della vita e della ricerca a Milano è stato analizzato da Giulio Formenti, rappresentante dei dottorandi della Statale con l’ausilio del Nasp, il centro studi sociali dell’ateneo.”

Analizzato. Ciò che scatena questa catena di reazioni nei miei confronti è una singola parola (parola che per inciso non ho scritto io).

Ma come diceva Nanni Moretti dopotutto le parole sono importanti. E d’altra parte, come rileva GP nella sua richiesta di rettifica il sottoscritto non ha partecipato allo studio. Quindi si è appropriato ‘parzialmente’ di un’opera scientifica altrui. Quindi è colpevole di plagio. Parzialmente, perché il NASP, seppur malamente, è stato citato (ma non FB, GP o MP, questo anche perché banalmente i quotidiani tendono a citare le figure pubblico-istituzionali).

Ma le cose stanno davvero così? E’ l’autore stesso dell’articolo AP a chiarire, nella controreplica alla richiesta di rettifica di GP, lo stato delle cose:

“In base ai documenti visionati da La Stampa, il rappresentante dei dottorandi, Giulio Formenti, ha seguito lo studio nei minimi dettagli dopo averlo commissionato al Nasp come strumento aggiuntivo alla petizione. Il Nasp è stato correttamente citato e l’acronimo è stato semplificato per ragioni di spazio.”

Che farci? ‘E’ la stampa, bellezza!’ direbbe Humphrey Bogart.

Il mio contributo al sondaggio.  Ma come nasce allora quest’idea dello studio che ho prontamente fatto mia senza in alcun modo prendervi parte?

Il 25 gennaio 2016, poco dopo essere stato ufficialmente eletto rappresentante, decido di convocare un primo incontro pubblico tra i dottorandi di Unimi. Tra le risposte che ricevo vi è anche quella di GP, il quale mi chiede di poter presentare i risultati di un sondaggio sul costo della vita promosso tra una settantina di dottorandi del NASP. Ovviamente accetto, e nel corso della discussione successiva, nasce l’idea di rilanciare il sondaggio estendendolo a tutto l’Ateneo nell’ottica di sostenere la richiesta di aumento fatta tramite la petizione online.

Di comune accordo decidiamo di procedere. FB e GP (ad un certo punto con l’ausilio di MP) cominciano a redigere una prima bozza di questionario mentre io vengo incaricato di capire attraverso il CTU (Centro Tecnologico Universitario) di Unimi se sia possibile realizzare un sondaggio online che fornisca un sistema di autenticazione ufficiale per la partecipazione dei dottorandi al questionario. Qualche tempo dopo vengo ricontattato da FB con la bozza di sondaggio e mi viene chiesto di proporre modifiche: la mia risposta contiene un elenco numerato con 28 suggerimenti di modifica. Mi viene inoltre chiesto di contattare altri dottorandi per un beta test.

Fatte tutte le modifiche del caso, il 7 marzo 2016, in qualità di rappresentante della generalità dei dottorandi Unimi, invio una mail ufficiale a tutti i colleghi chiedendo di compilare il sondaggio in quanto potenziale strumento utile al fine di raggiungere l’obiettivo dell’aumento della borsa. Rispondono positivamente 458 colleghi (quasi il 45%).

Da ultimo, in una notte frenetica prima della presentazione dello studio al CdA, lavoro sulla bozza di slide prodotte da MP per la lettera di accompagnamento al CdA, di modo che questi documenti trasmettano nel miglior modo possibile la necessità della nostra (giusta) richiesta d’aumento.

Dubito che facendo uno sforzo di onestà intellettuale si possa sostenere che non ho in alcun modo partecipato alla produzione dello studio. Ne approfitto comunque per annunciare che rinuncio ad essere elencato come coautore in qualsiasi lavoro scientifico dovesse derivare dallo studio oggetto del contendere.

La rappresentanza.  Sono convinto che per una persona estranea ai fatti descritti sia abbastanza difficile comprendere il livore raggiunto dai toni di FB, GP e MP nell’escalation delle ultime settimane verso persone con cui, come si vede, per un tragitto non piccolissimo hanno attivamente collaborato. Per poterlo meglio comprendere è utile fare un passo indietro. Tutta questa vicenda infatti inizia un po’ prima dei fatti che vi ho raccontato sopra.

Dei tre protagonisti di questa vicenda (FB, GP e MP), due li ho incontrati quando ancora non ero rappresentante nel Senato Accademico. In particolare, il primo incontro di cui abbia memoria con FB e GP risale ad un momento di confronto che, proprio durante la campagna elettorale per il Senato, di concerto con la mia ‘sfidante’ avevamo organizzato per presentarci ai rappresentanti dei dottorandi eletti all’interno dei singoli corsi di Unimi. Nel corso di questo incontro FB (rappresentante) e GP (non rappresentante) erano venuti in quanto amici dell’altra candidata. A quanto mi risulta l’avevano sostenuta fin dalla sua prima candidatura, già un anno prima. Insieme a loro erano anche presenti alcuni dottorandi e assegnisti di un’altra università milanese, la Bicocca, in qualità di membri dell’associazione ADI (di cui MP diventò poi esponente di spicco) che all’epoca aveva anche lei appoggiato la candidatura della mia ‘sfidante’. Io mi ero presentato solo.

Comunque, cosa successe poi è storia nota: venni eletto io, e successivamente l’università decise di accogliere la richiesta d’aumento contenuta nella petizione online.

Le nostre debolezze.  Cosa spiega allora l’inversione di 360° nel comportamento di FB, GP e MP tra aprile e dicembre?

Una ‘curiosa fatalità’ – non saprei come altro definirla – volle che proprio alcuni membri del comitato elettorale della mia sfidante (compresi FB, GP e MP e la mia stessa sfidante) facessero parte del consorzio ‘interuniversitario’ di cui Unimi è sede amministrativa nel quale, come recita il testo della delibera del CdA, “in attesa della ridefinizione delle collaborazioni attualmente in essere con le altre università, è stato deciso di non elevare il valore delle borse di studio.”

Quindi FB, GP e MP, nonostante lo sforzo profuso, non videro i frutti del proprio lavoro. Tanti altri sì, me compreso. In coscienza posso dire che nel mare delle scelte possibili ero convinto di fare quelle più giuste. Quelle che avrebbero massimizzato i benefici per la collettività. Posso umanamente comprendere lo scoramento associato al fallimento. Ma non posso giustificare le indegne accuse che mi sono state rivolte.

In una serie di conversazioni telefoniche avevo poi fatto presente a FB che non dovevamo arrenderci, che dovevamo organizzarci per portare a casa il risultato di estendere l’aumento a più dottorandi possibili e che da parte mia ci sarebbe stato il massimo sostegno. Tuttavia non ricevetti più alcun contatto diretto o richiesta in tal senso da loro fino alle reazioni all’articolo di fine novembre dove mi si accusava di plagio. Eppure è chiaro come l’articolo de La Stampa andasse esattamente nella direzione di estendere l’aumento su scala nazionale.

Imparare dai propri errori.  La diffamazione nel nostro ordinamento è un reato e può essere perseguita sia in sede penale che civile. Seppur convinto che infine avrebbe un esito positivo, difendermi come si deve nelle sedi opportune richiederebbe un debito di energie che possono essere sicuramente meglio spese. Stavolta passi.

Auspico però che chi si è macchiato di tali infamie gratuite se proprio non intende scusarsi quantomeno rifletta una volta per tutte sull’opportunità del proprio gesto. Imparando, come fanno tutte le persone di buona volontà e sana costituzione, dai propri errori.

Per completezza segnalo a tutti quanti qual’è la procedura corretta quando si ritengono lesi i propri diritti di proprietà intellettuale. La buona prassi prevede di contattare le persone interessate per un chiarimento. Qualora non soddisfatti, ci si può poi rivolgere alle strutture preposte e in particolare, per la nostra università, al Comitato Etico (artt. 11 e 13 del Codice Etico).

Cosa stiamo ricercando?  Dovevo un pubblico chiarimento a quanti mi hanno sostenuto e mi sono stati vicini in questi mesi. Spero di avervi convinto della bontà del mio operato e dell’inconsistenza delle accuse che mi sono state rivolte.

Oltre che per il senso dell’onore che si accompagna al mio ruolo di ricercatore e di rappresentante, mi dispiace profondamente per la situazione che si è creata perché è davvero molto difficile far riconoscere e valorizzare la nostra professionalità all’interno dell’Ateneo, ancor più se la nostra comunità è lacerata da lotte intestine.

Ad ogni modo, con questo messaggio considero – ad oggi – chiusa per me la questione. Verrei meno al mio ruolo di vostro rappresentante se da domani non tornassi ad occuparmi di cercare di estendere i diritti di tutti i dottorandi (oltre che, lo ammetto, del mio percorso di dottorato).

Detto questo, non ho certo la pretesa di avere diritto all’ultima parola. In questo senso spesso mi piace citare il mio ‘eroe borghese’ Charles Darwin che, parlando di cose più interessanti, diceva:

“Sarà una lunga battaglia, anche dopo che saremo morti e sepolti…grande è il potere del travisamento.”

In cuor mio spero che non dovremo attendere la sepoltura per mettere tutti quanti la parola fine a questa vicenda. Comunque vada, nel frattempo dovremo cercare di dare di noi un’immagine d’integrità e professionalità nonché cercare di costituire un corpo dottorale unito che ci garantisca tutele sempre crescenti, dando lustro al nostro ruolo. Per questo, pur con i nostri umani limiti, nell’Accademia di cui aspiriamo a fare legittimamente parte dovremo continuare a coltivare esclusivamente il pensiero critico e le certe dimostrazioni.

Noi siamo il futuro, non dimentichiamocelo mai.

Buon 2017,

 

Giulio

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Title: Cosa stiamo ricercando? Il nostro ruolo nell’università di domani.
Date Posted: 2016-12-29
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Category: News, Uncategorized

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