Lettera CdA 30.3.16

Egregi Consiglieri,

Anticipando, in qualità di rappresentante dei dottorandi in Senato accademico e limitatamente a quanto di mia pertinenza, la discussione nell’organo di cui faccio parte, sentiti i miei colleghi e rappresentanti nei singoli corsi, mi sento di portare alla Vostra valutazione alcuni fatti e considerazioni.

Nelle ultime tre settimane, a seguito dell’attenzione manifestata da parte degli organi di governo dell’Ateneo verso la petizione promossa dallo scrivente e da alcuni colleghi – e tempestivamente sottoscritta da larghissima parte dei dottorandi della Statale – per l’aumento dell’importo della borsa di dottorato, abbiamo intrapreso, con volontà conoscitiva e istruttoria, un vero e proprio censimento sul costo della vita atto a valutare la situazione economica dei dottorandi Unimi.

Al censimento, specificatamente realizzato e successivamente elaborato da alcuni dottorandi del NASP (Network for the Advancement of Social and Political Studies) e somministrato per via telematica, hanno partecipato 458 colleghi regolarmente autenticati tramite numero di matricola. Vorrei sottolineare che, anche se la predisposizione del relativo questionario e la sua somministrazione hanno seguito le buone prassi delle discipline di riferimento, esso ha lo scopo esclusivo di cercare di fornirVi, per quanto nelle nostre facoltà e di nostra competenza, qualche elemento utile alla valutazione.

Ci tengo altresì immediatamente a precisare che la presente lettera, accompagnatoria dei risultati del censimento, è intesa esclusivamente a portare alla Vostra attenzione alcune posizioni che mi appaiono condivise all’interno del corpo dottorale e non vuole essere in alcuna misura lesiva delle prerogative dei membri del Consiglio, ai quali si riconosce – naturalmente – la piena autorità decisionale, di diritto e di fatto, in merito alla definizione dei nostri percorsi di dottorato, specialmente sotto il profilo economico.

Dai primissimi risultati del questionario emerge come il 45% dei rispondenti non sia in grado di affrancarsi dall’abitazione della famiglia d’origine e chi lo fa spende il 50% della borsa per il solo affitto. I dottorandi stranieri spendono il 34% in più nelle spese fisse (alloggio, alimentazione, trasporti e salute) dovendo quindi fare ricorso a risorse ulteriori per le altre spese (es. visita alla famiglia) e rendendo certamente poco appetibile la nostra offerta d’Ateneo. Risulta inoltre che, ad oggi, il 50% dei dottorandi non è in grado di effettuare alcuna missione durante l’anno, il che si traduce, tra l’altro, in una ridotta visibilità per l’Ateneo.

Anche sulla base di questi elementi, che sollevano ragioni di opportunità, di equità sociale e di riconoscimento di status, mi permetto di ribadire la necessità dell’aumento da noi richiesto nella misura minima dei duecento euro netti mensili per tutti i dottorandi facenti riferimento al nostro Ateneo e pertanto, qualora vogliate procedere in tal senso, vi esorto, ove possibile e per quanto di competenza dell’Università degli Studi di Milano, a prendere la decisione più inclusiva possibile in merito alla platea degli aventi diritto (dottorati consorziati e con altri enti). Non ritengo di possedere né le competenze né le prerogative per entrare nel merito dell’applicazione di tale richiesta e pertanto mi limito a confidare pienamente nelle capacità del Consiglio e dell’Amministrazione universitaria, certo che gli eventuali problemi di ordine tecnico saranno risolti efficacemente e celermente.

Indipendentemente però da ciò che si potrà concretamente fare, ritengo che ogni ulteriore investimento strutturale profuso in un ambito così cruciale per il futuro di qualsiasi Accademia quale è la formazione dottorale, consapevole degli sforzi che esso comporta, non possa che essere di grande giovamento per l’intero sistema.

Come ulteriore elemento, aggiungo la convinzione che nelle moderne Accademie, ove si aspiri ad eccellere, sia necessario sottoporsi consapevolmente a forme sempre più accurate di valutazione, opportunamente condotte, che siano realmente effettive nel contribuire alle decisioni strategiche in merito alle risorse.

Per questo sarà sicuramente visto favorevolmente qualsiasi primo passo, seppur perfettibile, nell’applicazione di questo principio da parte dell’Ateneo anche per i dottorati.

Da ultimo, anche in virtù di quanto finora espresso, concedetemi una considerazione in merito alle tasse universitarie pagate dai dottorandi che non ricevono borsa di studio né dall’Università degli Studi di Milano né da altro Ente pubblico o privato. Nonostante tale percorso sia, in linea di principio e di fatto, frutto di una scelta personale, non si può non tener conto della disparità che ne può derivare nei confronti sia del dottorando sia dell’Ateneo in termini di equità, risorse e potenziale di impegno profuso.

Per questo vedo con estremo favore la direzione già intrapresa con successo dall’Ateneo di sfavorire l’istituzione di posti di dottorato senza borsa. Tuttavia, fintanto che anche per un numero minimo di soggetti – che ad oggi ci risulta di poco superiore alle venti unità  – l’Ateneo vorrà consentire tale forma di dottorato, vi chiedo di considerare la possibilità, anche alla luce dell’esiguità del gettito che ne deriva, di cancellare o perlomeno ridurre sensibilmente le tasse richieste a questi nostri colleghi, in linea con quanto già avviene in altri Atenei italiani.

In attesa di conoscere gli esiti delle Vostre valutazioni, Vi porgo a nome mio e dei miei colleghi i più Cordiali Saluti.

lettera d’accompagnamento CdA Unimi 30-3-16

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Title: Lettera CdA 30.3.16
Date Posted: 2016-12-09
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